La pasta paga

I salari vanno aumentati, i margini per farlo ci sono ma i sindacati difendono i falsi dogmi nazionali

di Benedetto Della Vedova da Il Foglio del 26 ottobre 2007 pag. 2

LA FAVOLA
Un piccolo imprenditore (15 dipendenti, esattamente la soglia per l’art.18) prova a vivere con i mille euro al mese dei suoi dipendenti. Non ce la fa e decide spontaneamente di aumentare a tutti di ben 200 € il salario netto. Costo dell’operazione quasi 70.000 € annui, non poco. Un grande ritorno di immagine per il nostro pastaio, celebrato dai media come una sorta di auto-Robin Hood, ma il dato dell’aumento resta.

LA MORALE
Si potrebbe archiviare la bella storia alla voce filantropia o a quella marketing geniale. Sbagliato, la morale c’è, ed è ben diversa. Una questione salari nel nostro paese esiste ed è grave: in Italia il livello medio delle retribuzioni (a parità di potere di acquisito) è nettamente inferiore a quello degli altri grandi dell’U.E.: del 16% rispetto alla Francia, del 20% rispetto alla Germania e del 32% rispetto alla Gran Bretagna (OECD Employment Outlook- 2007). Oltre ad essere basse, in Italia – salvo che nella pubblica amministrazione, dove hanno sperimentato una crescita potente – le retribuzioni non crescono: nell’ultimo decennio la loro crescita in termini reali è stata di poco superiore allo zero (il che significa che in alcuni settori è stata inferiore allo zero). Se poi si guarda più in dettaglio ai salari lordi medi dell’industria (a parità di potere d’acquisto), le differenze con i concorrenti europei, si ampliano ulteriormente: 20% in meno rispetto alla Francia, meno 39% rispetto alla Germania, meno 41% rispetto alla Gran Bretagna (R. Cicciomessere in Diritto e Libertà, novembre 2006 elaborazione su dati Ocse 2005).
Se questi sono i dati, è bene chiedersi perché ciò accada. Torniamo alla favola: il caso dell’imprenditore della pasta dimostra che un imprenditore (in un settore concorrenziale e non protetto, anche se non esposto ai venti della competizione internazionale) può permettersi di pagare un salario sensibilmente superiore a quello “contrattuale”. Non importa perché lo faccia, ma che possa farlo. La sua azienda non fallirà, ed egli, possiamo contarci, recupererà il margine di utile perduto con nuovi investimenti per aumentare produttività e qualità, essendosi garantito l’apporto incondizionato dei suoi dipendenti. E’ chiaro come il sole che in quell’azienda la contrattazione era del tutto inefficiente, visto che esistevano ampi margini per quell’aumento. La favola ci racconta dunque che il re, cioè il sindacato, è nudo. A finire sul banco degli imputati devono essere proprio gli “strumenti” che la vulgata presenta come i migliori presidi dell’equità salariale: il contratto collettivo nazionale e il sindacato confederale, che esercita (anche grazie al modello di contrattazione) una sorta di monopolio legale sulla rappresentanza degli interessi dei lavoratori. Il Contratto Collettivo Nazionale, totem CGIL, che relega a un ruolo marginalissimo (e non mi si dica che si sta cambiando) la contrattazione decentrata ed aziendale, è un potente strumento di livellamento dei salari. Al ribasso, perdipiù: chiedete ai lavoratori regolari del sud e vedrete che i minimi tabellari vengono regolarmente aggirati con un “netto in mano” inferiore al “netto in busta”. Aumenti in busta extra contratto, invece, fanno le prime pagine dei giornali, tanto sono un’eccezione.
Nel mondo di chi non crede che una favola salverà la classe operaia, quei 200€ sarebbero stati strappati dalla contrattazione, in quella come in altre migliaia di aziende. La contrattazione come la conosciamo è inefficiente e penalizza i lavoratori, avvantaggiando le imprese ovunque vi sarebbero margini per aumenti.
Lo so, una delle ragioni delle basse retribuzioni è la bassa produttività italiana che non è certo imputabile in primo luogo ai lavoratori. Ma, anche qui, se è vero che in alcuni casi la minaccia della chiusura o della delocalizzazione potrebbe essere un buon deterrente anti-aumenti, è chiaro che l’imprenditore che non sente il fiato sul collo della crescita dei salari non è incentivato ad investire per aumentare produttività e qualità, il che crea un pericoloso circolo vizioso e non virtuoso (con buona pace della moderazione salariale, perno della concertazione anni novanta).
Tasse e contributi falcidiano le buste paghe e bene fanno i sindacati, gradita new entry, a chiedere meno tasse sul lavoro: sarebbero più credibili se contemporaneamente non chiedessero più soldi per le pensioni, ma sorvoliamo. La favola del pastificio marchigiano, però, suona innanzitutto come una denuncia contro l’inefficiente e regressivo assetto della contrattazione salariale in Italia: la morale non piacerà a molti (non solo di parte sindacale), ma è questa.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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