La bestia è affamata

Spostare le tasse dalle persone alle cose? La proposta di Felli e Tria nasconde un eccesso di prudenza

di Benedetto Della Vedova da Il Foglio del 23 ottobre 2007 pag. I

Una tassazione che passi – per dirla alla Tremonti –“dalle persone alle cose” è proposta che piace ad un liberale ed è misura capace di stimolare gli investimenti e la crescita del Pil. Nel “meno tasse dirette, più tasse indirette” di Ernesto Felli e Giovanni Tria si nasconde, tuttavia, un eccesso di prudenza.
I due economisti sottolineano che nel nostro paese la spesa pubblica è elevata ma inefficiente, il carico fiscale eccessivo e male distribuito, il prelievo troppo sbilanciato sulle imposte dirette sui redditi.
Felli e Tria fanno da ciò giustamente derivare la necessità di un drastico taglio delle tasse e, soprattutto, auspicano che il tax cutting non venga subordinato al taglio della spesa, ma che lo preceda e, di fatto, lo induca. Tanto più che, se il taglio delle tasse è robusto e ritenuto duraturo dagli agenti economici, le entrate non calano e talora aumentano: lo spiega la teoria e lo dimostra la pratica, da Reagan a Bush jr, passando per l’Irlanda.
Ciò detto, se pure ci fosse una riduzione – temporanea o strutturale – del gettito, non sarebbe questa una buona occasione per “affamare” quella bestia della spesa pubblica che assorbe la metà del reddito nazionale? Qui arriviamo all’eccesso di prudenza.
F&T propongono una riforma fiscale che, per essere accettata, escluda qualunque rischio di un calo delle entrate, di breve o di lungo periodo. In sostanza, suggeriscono di ridurre le aliquote Irpef, compensando il taglio con un aumento “temporaneo” della tassazione sui consumi finali (ovviando agli effetti regressivi con un meccanismo di tassazione negativa sui redditi delle fasce deboli). Una volta che il riordino della tassazione abbia prodotto i suoi effetti sulla crescita e sul gettito fiscale, l’aumento delle imposte indirette andrebbe revocato.
Istintivamente, tendo a diffidare – massimamente in Italia – di tutto quanto sia definito transitorio, figurarsi un aumento delle tasse. La buona riuscita di questa riforma fiscale determinerebbe un aumento di risorse per le casse pubbliche: quale governo rinuncerebbe poi, in nome delle cause migliori, al gradito “tesoretto”?
Il problema del fisco nel nostro paese è intrinsecamente legato al tema della spesa pubblica.
Tranquillizzare tutti i centri di spesa che comunque la riforma non metterà in tensione il Bilancio pubblico sul fronte delle uscite non sarebbe opportuno, anche se dovesse agevolare la ricerca del consenso su di essa. Nota Francesco Forte, del resto, che tra i fautori dello scambio Irpef/Imposte indirette vi fossero anche quanti, nel PSI, non ritenevano prioritario l’obiettivo del contenimento della spesa.
La scarsa performance dell’economia italiana dipende dalla tassazione, ma è anche profondamente condizionata da una spesa fuori controllo, che genera, centralmente e sempre più anche localmente, improduttive rendite di posizione politiche, economiche, sindacali.
A mio avviso abbiamo di fronte due passaggi diversi, ancorché convergenti: riduzione delle tasse sui redditi (prima delle aliquote e poi del carico complessivo) e riequilibrio tra dirette ed indirette. La proposta F&T punta a cogliere contestualmente i due obiettivi, facilitandone l’accettabilità politica. La proposta è ben argomentata e congegnata (siamo lontani dall’IVA sociale francese, il che è un bene) ma credo che priorità e tempi debbano essere diversi: prima viene la riduzione delle imposte dirette come obiettivo in sé, poi l’opportuno riequilibrio tra prelievo sul reddito e imposte indirette. Se la
riduzione delle aliquote sui redditi fosse tale da generare una sostanziale diminuzione del gettito comportando una riduzione della spesa (o almeno della
sua crescita) in termini reali , si avrebbe già, per altro, un inizio di riequilibrio nella composizione del gettito. Un ulteriore e robusta correzione nella distribuzione del carico fiscale tra persone (e imprese) e “cose” andrebbe a quel punto perseguita per rendere più liberale il sistema di tassazione, non per assicurare il livello di gettito (e di spesa) “precedente” la riforma.
In conclusione credo che la via individuata, che i due stessi estensori considerano un second best, comporti alla fine più rischi di quanti non ne voglia scongiurare. E’ vero che dopo qualche lustro speso a predicare il taglio alle tasse dobbiamo porci il problema di come renderlo praticabile ad una maggioranza di governo, ma forse insistendo ancora un poco sulla via principale e contando su un clima più favorevole, potrebbe arrivare la volta buona.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

One Response to “La bestia è affamata”

  1. M.C. ha detto:

    Non sono un economista ma mi sembrano liberali con i soldi dei poveri.
    Comunque tra le teorie e la realtà c’è sempre di mezzo l’inerzia del sistema che è immensa.

    Tanti studi per mettere a punto la cosa più vecchia del mondo: risolvere i problemi economici facendo pagare per tutti il povero (es.: http://volleytoscana.forumfree.net/?t=22203791 o http://fuorilemura.forumcommunity.net/?t=11260162).

    Ma agli italiani poveri, già derubati dal sistema di tasse indirette vigenti e dal privato che gli fa pagare le sue imposte, non pensa più nessuno, neanche la Chiesa Cattolica che seguita a tacere ed offre piccoli lavori saltuari assolutamente insufficienti.

    Questo lo provo tutti i giorni sulla mia pelle da tanti anni.
    I poveri, carne da macello?

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