Angela Merkel, occhi aperti su Pechino

di Carmelo Palma, da L’Opinione del 16/10/2007

Mentre a Pechino stava per aprirsi il XVII congresso del Partito Comunista Cinese (PCC), le agenzie di stampa battevano la notizia dell’annullamento del vertice fra Germania e Repubblica Popolare Cinese, previsto per il prossimo dicembre,  in materia di diritti umani. Un chiaro avvertimento, da parte cinese; una chiara rottura, su cui non è chiaro se la maggioranza dei paesi europei stia dalla parte della Merkel o di Hu Jintao.
Come è noto, il cancelliere tedesco Merkel ha scelto sul tema una linea proattiva e “interventistica”. Ha incontrato in Cina esponenti del dissenso nell’ambito di missioni ufficiali. Ha ospitato in Germania il Dalai Lama (il primo e ultimo premier italiano a farlo fu Berlusconi, nel 1994, poi le proteste e le minacce cinesi hanno convinto quanti da allora si sono succeduti a Palazzo Chigi a evitare questo “affronto” verso la Cina). Ha stoppato il governo italiano che, per acquisire credito e benemerenze, aveva accettato di patrocinare in sede U.E. una causa che alla leadership del PCC sta molto a cuore: l’abolizione dell’embargo delle armi verso Pechino. Ha chiarito pubblicamente, a beneficio dei suoi interlocutori cinesi e dell’opinione pubblica internazionale, di non ritenersi neutrale rispetto all’evoluzione del regime di Pechino e di non essere né interessata né disponibile ad attendere fiduciosamente gli eventi.
Angela Merkel, tedesca a lungo vissuta al di là della cortina di ferro, sa bene quanto le dittature siano sempre, malgrado le apparenze, un problema globale. Dice, a chiare lettere, cose relativamente semplici, che dovrebbe essere semplice comprendere e condividere. Ma è noto come nelle cancellerie europee vada per la maggiore l’atteggiamento contrario, che occulta nel latinorum diplomatico una posizione di sostanziale condiscendenza, e che si fa schermo della complessità della situazione  pur di non ammettere il dato più evidente: la Cina non è più solo, ma è certamente ancora  un enorme mattatoio delle libertà civili e politiche e un esperimento riuscito di “illuminismo totalitario”.
Qualcuno, secondo gli schemi stantii del nostro dibattito politico, dovrebbe concludere che la Merkel si può permettere questo rischio (o questo lusso). Invece, in teoria, è il leader politico europeo che meno se lo potrebbe permettere. Se l’Unione Europea è il primo partner commerciale della Cina, tra i paesi dell’U.E. la Germania è di gran lunga il paese più esposto e interessato al mercato cinese. E’ il primo per interscambio commerciale, per export e per investimenti diretti. Quindi Angela Merkel corre il rischio di irritare pesantemente Pechino perché ritiene che il rischio maggiore (anche, ma non solo, per la Germania) sia quello assecondare una lettura corriva dell’evoluzione cinese: che è sicuramente in corso, ma che nessuno può dire plausibilmente stia assumendo forme somiglianti a quelle di uno stato di diritto e di una democrazia politica. Inoltre, con un senso della realtà che poco incontra e molto contraddice il malinteso “realismo politico” di altre diplomazie occidentali (e massimamente di quella italiana), Merkel sa che la fortuna dell’economia tedesca nei rapporti con la Cina né dipende né deve essere fatta dipendere dalle “tangenti ideologiche” che i governi occidentali sono disposte a pagare al governo di Pechino.
Da questo punto di vista, comunque la si voglia giudicare, Angela Merkel dimostra una serietà, un’autorevolezza e un senso della responsabilità europea di cui Prodi e l’intero governo italiano non hanno dato la benché minima dimostrazione. Il cancelliere tedesco ha un approccio moderno e pragmatico, che non vagheggia “isolamenti” o sanzioni irrealizzabili e controproducenti. Ma ha una linea politica, a differenza dell’Italia che ha scelto, prudentemente, di non averne nessuna.
E’ possibile che il cancelliere tedesco abbia torto e che la discussione in corso all’interno del PCC non approdi, come invece sembra, al consolidamento di un sistema che fonde, in  una “lega” ideologicamente durissima, fascismo e comunismo, mercantilismo e organicismo, produttivismo e nazionalismo. E’ anche teoricamente possibile che la “quinta generazione” che succederà a quella che oggi siede  nel Comitato Permamente dell’Ufficio Politico del PCC, segni quella svolta politica che, da Deng a Hu, il mondo libero attende inutilmente da tre decenni. In attesa della “svolta”, però, la Cina è nel frattempo divenuta una potenza mondiale adottando (e progressivamente adattando alle esigenze poste dalla competizione economica) un modello alternativo e concorrente a quello delle democrazie liberali.
In questo quadro, comunque, ci vuole una bella dose di ingenuità per ritenere, in omaggio al più vieto determinismo storico, che l’apertura al mercato globale (e l’insieme di fattori “materiali” che la globalizzazione porta con sé) di per sé trascini la Cina verso una cosa somigliante o compatibile con le istituzioni politiche dell’Occidente. Suona macabramente ridicolo che gli occidentali “anti-comunisti” puntellino la propria fiducia nei confronti di Pechino affidandosi ai vecchi arnesi economicisti e materialisti della tradizione marxista, rivisitati in chiave globalista; eppure, proprio questo avviene quando si ascoltano premier e ministri del vecchio continente plaudire ai successi economici di Pechino come preludio alla modernizzazione politica.
Forse non è casuale che tocchi proprio ad una cittadina della ex DDR ricordare all’Europa che l’evoluzione politico-istituzionale di un paese non può considerarsi indipendente dai suoi modelli di governo e sistemi di diritto. Ma non è neppure casuale che una buona parte dell’Europa la guardi come una marziana o un’irresponsabile guastafeste.

Carmelo Palma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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