Il liberalismo non piace al Papa

Il Papa non è solo anti-capitalista.

di Carmelo Palma, da L’Opinione del 29/09/07

“Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale…” Così parlava – con grande chiarezza –  l’allora cardinale Ratzinger, decano del collegio cardinalizio,  nella Messa “Pro eligendo Romano Pontifice”, il 18 aprile 2005. In quell’omelia che era, a tutti gli effetti, un discorso di investitura, Ratzinger individuava gli avversari e gli obiettivi con cui la Chiesa e il nuovo Papa avrebbero dovuto misurarsi. Non furono in pochi a notare che allora Ratzinger aveva posto il liberalismo sulla stesso piano del marxismo: dottrine non uguali, ma ugualmente, per il cardinale tedesco, nemiche del pensiero cristiano. Divenuto Papa, Ratzinger si è scrupolosamente attenuto al proprio “programma”.
L’attacco portato al capitalismo nell’Angelus di domenica scorsa è uno svolgimento coerente di quel “Ratzinger-pensiero”. Tentare di neutralizzarne la portata e di circoscriverne l’interpretazione, non penso renda giustizia alle parole del Papa.
Carlo Lottieri, sull’Opinione di mercoledì scorso, ha invitato a leggere l’attacco del Papa in una chiave – diciamo così –  “privatistica” piuttosto che “pubblicistica”: come un monito, rivolto ai singoli, a partecipare in modo generoso e responsabile alla vita della comunità sociale, piuttosto che come un invito, rivolto alla politica, a modificare il modello di sviluppo e di governo dell’attività economica, in nome di un migliore ideale di giustizia. Ma è credibile che il Papa usi impropriamente, per una sorta di lapsus calami, il termine “capitalismo” come sinonimo di egoismo individuale? E’ credibile che, per la stessa ragione, i termini “logica del profitto” servano unicamente ad evocare (e a condannare) l’avidità di beni terreni e l’indifferenza ai doveri d’amore verso il prossimo, cui la fede cristiana obbliga i credenti? Se si legge l’intero discorso del Papa, è difficile accogliere un’interpretazione così riduttiva delle sue parole. E’ vero: Ratzinger, all’inizio, premette che: “Il denaro non è ‘disonesto’ in se stesso, ma più di ogni altra cosa può chiudere l’uomo in un cieco egoismo. Si tratta dunque di operare una sorta di ‘conversione’ dei beni economici: invece di usarli solo per interesse proprio, occorre pensare anche alle necessità dei poveri….”. Queste parole potrebbero essere sottoscritte, come è ovvio, dal più coerente liberista: sono a tutti gli effetti le società capitalistiche (nel senso più radicale del termine) quelle in cui la virtù della carità umana, liberamente organizzata, acquisisce un fondamentale rilievo civile e morale. E’ parte importante dell’ottimismo liberista la convinzione (suffragata dai fatti) che la spontanea generosità umana sia, nella gran parte dei casi, un fattore di unità e coesione straordinariamente più efficace dei complicati e costosi congegni del welfare state. Ma il Papa non si ferma qui. Dal livello “micro” sale a quello “macro” e parla chiaramente di “due logiche economiche: la logica del profitto e quella della equa distribuzione dei beni, che non sono in contraddizione l’una con l’altra, purché il loro rapporto sia bene ordinato. La dottrina sociale cattolica ha sempre sostenuto che l’equa distribuzione dei beni è prioritaria.” Qui non vi è alcun richiamo alla doverosa sollecitudine morale degli individui, ma un’esplicita messa in discussione di quell’insieme di diritti e istituti che fondano, nella sua legittimità, e costituiscono, nel suo ordinario funzionamento, l’economia di mercato. E’ il Papa, non qualche malevolo interprete a chiarire, richiamando l’enciclica Centesimus annus, che si sta parlando del capitalismo nel senso più proprio e politico: “…il capitalismo non va considerato come l’unico modello valido di organizzazione economica”. E’ il Papa ad addebitare all’economia capitalistica – quando essa non sia subordinata al principio di solidarietà – la fame, le disuguaglianze e lo sfruttamento ambientale: “L’emergenza della fame e quella ecologica stanno a denunciare, con crescente evidenza, che la logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra ricchi e poveri e un rovinoso sfruttamento del pianeta. Quando invece prevale la logica della condivisione e della solidarietà, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo e sostenibile”. Perfino l’appello finale all’intercessione della Madonna ha un contenuto politico: “ispiri ai governanti e agli economisti strategie lungimiranti che favoriscano l’autentico progresso di tutti i popoli”.
La tesi che il mercato produca povertà e sfruttamento ha un connotato tipicamente anti-liberale.  E’ una tesi comune e diffusa, che i liberali fortunatamente si ostinano (con molte ragioni pratiche e senza grandi imbarazzi ideologici) a considerare sbagliata. Non ha probabilmente nessuna utilità domandarsi se le parole sul capitalismo di Ratzinger siano più di destra o di sinistra.  Ne verrebbe fuori, forse, la conclusione che il Papa attacca il capitalismo insieme da destra e da sinistra, come sempre accade quando si oppone il personalismo cristiano all’individualismo liberale. Ciò detto, mi pare abbastanza difficile suffragare la tesi che dalle parole pronunciate il 23 settembre da Benedetto XVI non emerga nulla più che un richiamo alla responsabilità morale nell’uso delle ricchezze private. Emerge chiara anche la richiesta di subordinare la logica del profitto a quella distributiva, l’iniziativa dell’individuo al “bene” della società; una richiesta, a dire il vero, né così originale né così liberale: nella sintesi catto-comunista, l’art. 41 della Costituzione Italiana (uno dei più classicamente anti-liberali) si fonda sull’identico assunto: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
Inoltre, occorre ammettere che la polemica anti-capitalistica di Ratzinger si inscrive in un discorso più generale, dove ad essere rigettati sono proprio i fondamenti individualistici, relativistici ed evoluzionistici di quella peculiare “antropologia”, che emerge dall’onda del liberalismo. Ratzinger dice da tempo che il liberalismo non è né più né meno che la versione economica del permissivismo e che l’individualismo morale ed economico è in contrasto con l’antropologia cristiana. Non vedo perché – si condividano o meno le parole del Papa – non si debba prenderne atto.  E’ questa consapevolezza, peraltro, a rendere ancora più evidenti e preziosi i meriti di quella parte del mondo cattolico, che non si è solo culturalmente “riconciliata” con il liberalismo e con il capitalismo, ma costituisce, nel nostro paese, una delle voci più autenticamente liberali e innovative del dibattito sociale ed economico.
Le riflessioni ratzingeriane però “puntano” altrove, dettando (purtroppo) una svolta conservatrice e sostanzialmente anti-liberale al centro-destra italiano; hanno echi evidenti nella polemica anti-mercatista di Tremonti, nel vagheggiato post-liberalismo “dignitario” e anti-libertario di Possenti e nelle varie forme di “identitarismo” politico-religioso, in cui viene declinata la questione nazionale ed europea. Insomma, sono una cosa molto seria: ma non sono proprio, né vogliono essere, una “cosa liberale”.

Carmelo Palma (c.palma@riformatoriliberali.it)


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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