“Gli amori di Astrea e Céladon” di Eric Rohmer

Un problema di morale laica sui comportamenti amorosi

Di Gianfranco Cercone de Lucia

C’è un’antica controversia sul seguente problema: le opere belle (cioè: le opere d’arte) sono anche buone? Vale a dire: promuovono il bene, nella coscienza morale dello spettatore, di chi le fruisce?
Attenzione: se rispondete di sì, rischiate di porvi sulla linea di pensiero di qualche cattolico reazionario che giudica gli spettacoli immorali – o che a lui appaiono tali – anche privi di valore artistico. Ma se rispondete di no, dovrete consentire, almeno come ipotesi, che quanto più vi indigna sul piano morale, che sia il razzismo o l’apologia della violenza, possa essere il contenuto di una vera opera d’arte.

Non vogliamo nemmeno provare a inoltrarci nella controversia, anche se ne saremmo tentati. Vi abbiamo accennato soltanto, per introdurre il discorso sull’ultimo film di un autore che ha ripetutamente ed esplicitamente intrecciato, a suo modo, le questioni della morale con quelle del cinema (un suo importante ciclo di film si intitola proprio: “Racconti morali”).

Il suo ultimo “Gli amori di Astrea e Céladon” (tratto da un testo del Seicento di Honoré Durfé) parte dalla seguente situazione: la giovane pastorella Astrea sorprende il suo amato Céladon (nobile, ma pastore per diletto anche lui), mentre, nascosto da un albero, bacia un’altra ragazza. Si tratta in effetti di una “donna-schermo”, usata da Céladon per nascondere ai genitori la relazione, a loro sgradita, con Astrea. Ma Astrea non crede a questa spiegazione, e ordina a Céladon di non presentarsi mai più alla sua vista.

Ecco un problema morale: come comportarsi rispetto all’ordine impartito dalla persona amata, quand’anche lo si ritenga ingiusto?
Céladon non ha dubbi: occorre ubbidire; anche se l’obbedienza comporta il dolore più straziante.
Per non comparire più alla vista di chi si ama, ci si può uccidere: ed egli infatti tenta il suicidio. Salvato per miracolo da alcune ninfe, potrebbe tornare al villaggio dove vive anche Astrea, o darsi ad altri amori.

E invece no: tuttora innamorato di Astrea, ma impedito di reincontrarla, costruisce una capanna nel bosco, e vive in solitudine nutrendosi di radici e di bacche. E quando pure apprende che Astrea si è pentita, e spera tanto che egli sia ancora vivo, non vuol sentir ragioni: l’ordine non è stato revocato, ed egli non le si presenterà.

E’ un comportamento contrario al senso comune, che sembrerà rasentare la pazzia. Eppure, a vederlo svolgersi nel film di Rohmer, non riusciamo a negargli nobiltà e coerenza.

Va detto che a conciliare le ragioni della morale (almeno di quella morale cui Céladon si è votato) e quelle del senso pratico, interverrà il consiglio di un sacerdote druido: Céladon potrà avvicinare Astrea mascherato da donna, così da rivederla e parlarle senza essere visto da lei; almeno non nella sua reale identità.

Ora, da che mondo è mondo, o da che teatro è teatro, non c’è travestimento più buffo di quello di un uomo che indossa gli abiti femminili, si trucca, e parla con la voce in falsetto. Ma Céladon, vedere per credere, pur nella nuova foggia, non perde nulla della sua dignità, agendo in accordo con la sua coscienza morale.

E quando, agli occhi di Astrea, il fantasma dell’amato prende corpo dietro l’immagine di una nuova amica che tanto gli somiglia, fino a essere riconosciuto reale, è un sogno d’amore che si concretizza, in tutto il suo incanto inalterato.

Ho ridotto il film di Rohmer all’aneddoto, senza dire nulla dello stile: cioè di quel che fa la differenza tra un film brutto e un film bello. Ma nel lindore della sua pittura, nel tratto preciso e rapido, che non concede nulla a preziosismi o a facili effetti emotivi – sia che descriva i sentimenti, sia le vedute di un bosco esposto alle gradazioni di luce di varie ore del giorno – avvertiamo quella misura morale che è in fondo la stessa dei protagonisti. Insomma: come gli artisti devono obbedire alle regole – sconosciute – della bellezza, gli amanti devono obbedire a quelle – altrettanto sconosciute – dell’amore.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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