Cartesio e Vico, amici o nemici?

Secondo i filosofi cattolici tutti i guai cominciarono con l’autore del "Discorso sul metodo"

Di Luigi Pavone

Il Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione ha ospitato un interessante dibattito in occasione della pubblicazione della Antologia delle opere del filosofo italiano Augusto Del Noce. Al dibattito non poteva non esserci uno dei suoi allievi più stimati, il prof. Rocco Buttiglione, il quale sembra aver ben assimilata la lezione del maestro: i guai della filosofia cominciano con Descartes (Cartesio). Si tratta di una tesi strampalata condivisa da tutti (o quasi) i filosofi di ispirazione cattolica. È una tesi strampalata, innanzitutto perché ha uno strano modo di intendere i guai della filosofia, dal momento che questi coinciderebbero con una straordinaria fioritura di opere epistemologiche, con la nascita della filosofia del linguaggio, della filosofia della scienza e della filosofia della mente. Tutti ambiti filosofici che oggi godono di buona salute e di bibliografie sterminate. Eppure… eppure di tanto in tanto qualcuno si straccia le vesti e afferma che la filosofia è morta! Sono voci che circolano per lo più in ambienti retrogradi, come quelli ecclesiastici o vicini alla Chiesa cattolica. Nel migliore dei casi, si tratta del giudizio secondo il quale, posto un certo modello di filosofia – quello classico medioevale –, poiché la filosofia contemporanea se ne discosta, ciò con cui abbiamo a che fare non è propriamente filosofia, ma la sua moderna e postmoderna degenerazione. L’optimum filosofico a cui i cattolici guardano e rispetto al quale la filosofia dovrebbe conformarsi è un complesso di teorie filosofiche medievali che va sotto il nome di tomismo. Per gli intellettuali cattolici, la storia della filosofia si configura grosso modo come un processo di approssimazioni e allontanamenti rispetto alla verità cristiana, e la filosofia tomistica rappresenta l’apice e il modello di incontro della filosofia con le verità rivelate del cristianesimo. Questo è il tacito convincimento che sta alla base dell’insegnamento della filosofia da parte degli insegnanti cattolici, con gravissime conseguenze per l’autonomia della filosofia rispetto alla religione e ai chierici.

Ritorniamo all’intervento di Buttiglione. Cartesio sta dunque alle radici dei guai della filosofia moderna e postmoderna. La sua principale colpa è di aver inventato la mente, vale a dire «il pensiero come essere e l’essere come pensiero» (Hegel). Ma dopo Cartesio non tutti i filosofi sono stati cartesiani. Secondo Buttiglione Gian Battista Vico sarebbe uno di questi. Non tutti – egli osserva – si domandano qual è la scienza vecchia a cui allude Vico nella sua fondamentale opera: la Scienza nuova. Dal momento che la scienza vecchia non è l’aristotelismo, ma la scienza cartesiana, Vico esprimerebbe l’esigenza di una conoscenza dell’umano – del cuore (sic) dell’uomo – oltre la metodologia delle scienze naturali, alla quale Cartesio e i suoi seguaci (tra cui i positivisti e gli empiristi logici) intendono vincolare la totalità del sapere umano. Troppo sole agostano?!

Perché Vico è molto più cartesiano di Cartesio, e in quegli aspetti della filosofia cartesiana per i quali essa è invisa al pensiero cattolico: la posizione del pensiero come essere e dell’essere come pensiero. Ciò che Vico teorizza nella dottrina del verum-factum.

Gli studiosi di Vico hanno rintracciato nella storia della filosofia precorrimenti della dottrina vichiana del verum-factum. Ma tale dottrina non esprime soltanto la natura pragmatica (o tecnica, come probabilmente si esprimerebbero Heidegger e Severino) della nozione di verità elaborata dalla cultura occidentale. La filosofia di Vico è strettamente legata al destino della filosofia europea dei secoli XVII, XVIII e XIX. La sua peculiarità è di percorrere problematiche intrinsecamente cartesiane. La dottrina del verum-factum, come il cogito, ergo sum cartesiano, e lo scetticismo degli empiristi inglesi, pone il pensiero come essere e l’essere come pensiero. Se per Cartesio questa unità è realizzabile nelle scienze naturali, per Vico qui il pensiero non è ancora essere e l’essere non è ancora pensiero. L’unità di pensiero ed essere può realizzarsi fuori della dimensione pittoriale – come la definirebbe Rorty – della conoscenza e del linguaggio, a cui sono legate le scienze della natura, vale a dire nella matematica e nella storia. Qui il pensiero non rappresenta altro da sé, pone (costruisce) invece l’oggetto come suo proprio: come unità di pensiero (e linguaggio) ed essere.

La tesi positivistica che identifica il sapere scientifico con la razionalità tout court è soltanto un peccato derivato. Il peccato originale è il cartesiano cogito, ergo sum, di cui la dottrina vichiana del verum-factum è una versione. Ma perché per il pensiero cattolico il cogito, ergo sum è un peccato da cui la filosofia contemporanea dovrebbe liberarsi? Perché si ritiene che esso stia alle radici di due atteggiamenti intellettuali anticristiani: lo scetticismo (Kant e i suoi derivati) e la deificazione dell’uomo (Hegel e i suoi derivati). Insomma, attento Buttiglione a metterti in casa filosofi come Vico, in cui queste due anime anticristiane convivono, sebbene in forme imperfette (non compiute) e contraddittorie!


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