“Soffio” di Kim-ki Duk

Il carcere come figura della “condizione umana”

Di Gianfranco Cercone de Lucia

Basta poco, meno di quel che forse sembra, perché la tragedia cada nel ridicolo.

Del resto, non ci fa ridere un personaggio tutto uniforme, preda di un’idea fissa, o di un vizio caratteriale, che lo priva del dinamismo e della varietà della natura umana? E perché allora non dovrebbe farci ridere una rappresentazione della vita che ce la mostra tutta e soltanto permeata di dolore, da dove sembra preclusa la minima speranza di una via di uscita?

Certo, ridere della rappresentazione del dolore può essere vile o volgare. Ed è anche noto che una concezione radicalmente pessimistica della realtà ha dato luogo a grandi opere d’arte, tragiche e per nulla ridicole (per restare al cinema, bastino due nomi: Ingmar Bergman e Robert Bresson).

E tuttavia, il rischio del trapasso tra i due opposti, c’è. E ad esempio, lo si avverte latente, a tratti a malapena scongiurato, in un film originale, e per molti versi notevole, di un regista sudcoreano noto agli appassionati di cinema: “Soffio” di Kim-ki Duk.

Almeno l’inizio è molto bello. Siamo nella cella di un carcere. Un detenuto traccia sulla parete nuda il graffito di una figura di donna. Un altro, nel sonno, mima un gesto amoroso. Un altro ancora approfitta di quel sonno e di quel gesto, per carpire un abbraccio.

Come si vede, sono tutti gesti ispirati da un desiderio di amore; simile, qui, però al miraggio di una sorgente per un gruppo di assetati perduti nel deserto più arido.

La descrizione è così sobria e stilizzata, da rendere, in modo fulminante, il quadro di una condizione umana.

Sono anche belle le scene successive, che si svolgono nell’abitazione di una giovane donna sposata: sono immagini meno estreme, di una quotidianità più prossima alla nostra, ma il sentimento che le permea è lo stesso: un’assenza di amore, che suscita quasi un senso di soffocamento.

Apprendiamo via via che il marito tradisce la donna; che tra loro non esiste più un vero dialogo; che la moglie trascorre gran parte della giornata sola, in una casa dotata di tutti i comfort, ma gelida.

Viene introdotto così senza retorica, credibilmente, il pretesto che innesca il racconto: la donna, apprendendo dal telegiornale la storia di un detenuto, condannato a morte, che ha tentato il suicidio, rispecchia il proprio caso nel suo; e con la forza di un’immaginazione esaltata dalla solitudine, decide di incontrarlo.

Il resto del racconto (interpretato con sensibilità da due ottimi attori protagonisti) segue il principio del respiro. Ma non certo il respiro di chi si riempia i polmoni di aria salubre. E’ il respiro di chi stia morendo di asfissia; e a cui, più per prolungare l’agonia che per salvarlo, venga inalato un soffio di aria pura. Il soffio sono i momenti di amore che la donna e il carcerato possono vivere nell’aula del parlatorio, per concessione di un secondino voyeur. Che però si compiace, sadicamente, di interrompere sul più bello baci e amplessi.

Imperscrutabile e invisibile (se non attraverso il riflesso su un vetro), la guardia (se non ci sbagliamo, interpretata dallo stesso regista) è qualcosa di più di un personaggio realistico: è l’immagine del destino, che, se sembra alleviare benevolmente per qualche attimo le pene degli uomini, è per poi rigettarli nella disperazione più cupa.

L’amore della donna non salverà certo il detenuto dall’esecuzione capitale. E la donna si rassegnerà sconsolatamente a vivere con il marito che non ama.

Ma questo destino così univocamente crudele non sarà un partito preso dell’autore? Non offre forse un’idea troppo semplificata, e in fondo poco convinta delle cose, per creare artificiosamente un effetto tragico?

E’ un sospetto che può prendere la forma di una risata, grazie alla quale possiamo liberarci del pessimismo del film.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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