“4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” di Cristian Mongiu

L’aborto clandestino raccontato come in un thriller di Hithcock

Di Gianfranco Cercone de Lucia

La formula più collaudata per incatenare l’interesse dello spettatore a un film, si basa su due celebrati principi: l’identificazione e la suspence.

Si prenda un personaggio dalle qualità medie, parte della cosiddetta “gente comune”, e con il concorso di circostanze eccezionali ma verosimili, lo si sottoponga a una prova estrema.

Ad esempio: trovarsi imputato di un crimine che non si è commesso; progettare e commettere un furto; essere autore o complice di un omicidio.

Scivolando agevolmente nella pelle di un personaggio non troppo diverso da lui, lo spettatore potrà rivivere momento per momento le ansie e le angosce di un simile evento. Nel caso di un omicidio: i contrattempi della vita quotidiana che mettono a repentaglio il piano criminale; l’incontro casuale con un amico, o una banale festa familiare cui non ci si può sottrarre, che si trasformano in una tortura psicologica, perché intanto tutti i pensieri vanno alla scena del delitto; le complicità con delinquenti professionisti, della cui protezione e dei cui ricatti si può cadere in balìa; il problema di occultare il cadavere, e così via.

Sono elementi canonici di un genere, il thriller, che come gli appassionati di cinema sanno, ha trovato forse il massimo codificatore in Alfred Hithcock, sia per i film che ci ha lasciato, sia per un celebre libro-intervista teorico, curato da François Truffaut (“Il cinema secondo Hithcock”), letto dai cinefili e dai cineasti di tutto il mondo.

Ma il film del regista rumeno Cristian Mongiu (vincitore della Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes), non è l’ennesima variante di un thriller tradizionale. Il suo colpo di genio è aver sostituito a un delitto “qualsiasi” (cinematograficamente parlando), un delitto del tutto particolare: e cioè l’aborto di un feto al quarto mese.

Il piano che le due protagoniste mettono a punto è trovare una stanza d’albergo, dove l’aborto possa essere praticato in segreto; il delinquente professionista con cui devono allearsi è il medico abortista, che in cambio dell’operazione, pretende un rapporto sessuale da una di loro; il cadavere da occultare, è il feto.

Attenzione, però: tali sostituzioni non vogliono suggerire l’equiparazione dell’aborto con un omicidio, e non comportano soprattutto un giudizio morale sulle due ragazze che lo compiono, l’una in aiuto dell’altra. Il giudizio si sposta sull’ambiente e sulla società in cui vivono, la Bucarest degli anni Ottanta, sotto il regime di Ceausescu, che le costringe ad agire nella più timorosa clandestinità: come due criminali, appunto.

Attraverso la loro avventura, si fa rivivere un mondo, rievocandone con precisione e con finezza, i minimi particolari della vita quotidiana.

Si veda per esempio come sono descritti i rapporti della ragazza, amica di colei che vuole abortire, con le due portiere degli alberghi dove cerca di prenotare una camera.
Ci si sente, da parte delle portiere, la condiscendenza del burocrate rispetto al comune cittadino. Nella diffidenza o nell’ostilità con cui la ragazza viene trattata si comprende che forse viene indovinata e biasimata la ragione per cui una camera viene richiesta con tanta accorata insistenza.
E lo stesso tono, sottilmente o apertamente autoritario, ritorna in tutti i rapporti che le due ragazze affrontano una volte uscite dal pensionato studentesco in cui abitano (dove vige un’affettuosa complicità): con i poliziotti, con i controllori dell’autobus, perfino, in qualche misura, con il ragazzo, innamorato ma incomprensivo, con cui è fidanzata una delle due.

La Bucarest descritta dal film è certo tetra e squallida; ma soprattutto è ostile, minacciosa. Un aborto al quarto mese è proibito, salvo casi eccezionali, anche dalla nostra legge 194. Ma in Romania, ci viene spiegato, anche se la ragazza avesse deciso di abortire prima, avrebbe comunque rischiato la galera, sia pure con una condanna minore. E dal colloquio dell’amica con il suo fidanzato, si comprende che la contraccezione è ignorata, o praticata con molta approssimazione.
L’assenza di informazione e di sostegno sociale che circonda le due protagoniste, costituisce così il vero oggetto della denuncia, lancinante, di questo bel film.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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