Telefonini: Dossier sulla tassa di concessione governativa

La tassa di concessione governativa sugli abbonamenti di telefonia mobile: una imposta anti-storica e regressiva (a cura di Piercamillo Falasca)

In Italia vi sono circa 67 milioni di utenze di telefonia mobile. Circa il 90% di queste utenze è composto da carte ricaricabili contro il 10% di contratti di abbonamento.
A differenza delle carte ricaricabili, sui contratti di abbonamento grava mensilmente una tassa di concessione governativa (ai sensi dell’articolo 21 della tariffa annessa al DPR 641/1972), nella misura di  5,16 euro per l’uso familiare e 12,81 euro per l’uso economico.
La tassa di concessione governativa fu introdotta agli inizi degli anni ‘90, quando la telefonia mobile era considerata un bene di lusso, su cui si riteneva dovesse gravare una specifica imposizione fiscale (in un’ottica – assai sbagliata – di “rivalsa sociale”).
Non avendo alcun riferimento al livello di consumo o di reddito, questa tassa ha oggi caratteristiche regressive, penalizzando in particolare i percettori di redditi medio-bassi, i lavoratori autonomi e le piccole e medie imprese.
E’ infatti del tutto evidente che le grandi aziende, sviluppando un traffico telefonico intenso, possono sopportare un costo fiscale fisso mensile che incide per una percentuale risibile sui propri bilanci e sul costo del servizio, mentre per le PMI e gli artigiani, che sviluppano un traffico ben inferiore, la tassa di concessione governativa rappresenta un significativo aumento della pressione fiscale, oltre che del prezzo del servizio.

La tassa di concessione governativa ha “creato” il contributo di ricarica
Il permanere dell’antistorica tassa di concessione governativa per gli abbonamenti di telefonia mobile è stato una causa primaria dell’effetto di polarizzazione dell’utenza verso il sistema delle carte ricaricabili, in quanto – nonostante l’aggravio dei prezzi dovuto al famoso “contributo di ricarica” abolito dal decreto Bersani del 2007 – la stipula di contratti di abbonamenti è sempre stata mediamente più onerosa delle carte ricaricabili.
In effetti, è stata la tassa di concessione governativa a “creare” il contributo di ricarica. Lo spiega l’Indagine conoscitiva sui contributi di ricarica nei servizi di telefonia mobile a credito pre-pagato, realizzata congiuntamente dall’Autorità garante del mercato e della concorrenza e dall’Autorità di Garanzia per le Comunicazioni nel novembre 2006: “secondo quanto argomentato da Telecom, al momento del lancio del servizio l’operatore avrebbe inteso replicare la struttura two part pricing (…) dell’abbonamento, al fine di evitare una eccessiva asimmetria rispetto alle tariffe relative all’abbonamento. In particolare, il servizio in abbonamento prevede l’applicazione di un canone fisso mensile a carico dell’utente, di norma coincidente con la tassa di concessione governativa (5,16 euro al mese per i privati, le vecchie 10.000 lire), che invece non viene richiesta nel servizio prepagato.” Le compagnie, insomma, hanno replicato la composizione two part pricing tipica dei contratti di abbonamento, sostituendo alla tassa di concessione governativa il contributo di ricarica. La presenza di una tassa ha condizionato la struttura del prezzo del servizio prepagato, nonostante la natura sostanzialmente diversa delle due componenti tariffarie. Il contributo di ricarica può quindi interpretarsi come una strategia degli operatori finalizzata a sfruttare a proprio vantaggio l’asimmetria fiscale del servizio prepagato rispetto all’abbonamento.

A causa della presenza dell’anacronistica tassa sul lusso del cellulare, l’abbonamento conviene a chi consuma molto e le compagnie hanno potuto godere di una rendita di posizione sul contributo di ricarica. L’indagine congiunta Antitrust – Agcom sottolinea come “nel 2005 la spesa media mensile in traffico dei clienti del servizio prepagato non ha raggiunto i 15 euro e che, di conseguenza, qualora tali utenti si fossero avvalsi del servizio in abbonamento, la sola tassa di concessione governativa avrebbe provocato in media un aggravio di prezzo superiore al 40%”, mentre l’aggravio medio di prezzo connesso alle spese di ricarica è stato pari al 18,3%.” E’ la tassa che ha distorto il mercato: se si fosse eliminato quel balzello, la convenienza delle schede ricaricabili rispetto agli abbonamenti sarebbe venuta meno e i gestori avrebbero eliminato il contributo di ricarica, a vantaggio dei consumatori.

L’abolizione per legge del contributo di ricarica: una misura dirigista ed inutile
Il decreto Bersani ha fatto l’esatto contrario, è intervenuto d’imperio sulla struttura dei prezzi del servizio prepagato, vietando il contributo di ricarica. La mancata abrogazione della tassa di concessione governativa sugli abbonamenti ha reso poco efficace la misura disposta dal Ministro per lo sviluppo economico: l’utenza è rimasta polarizzata e, poche settimane dopo l’entrata in vigore del provvedimento, le compagnie telefoniche hanno reagito al rischio di un calo di redditività rivedendo le tariffe, con aumenti stimati tra il 10 ed il 25%.
Quanto detto era ampiamente prevedibile, tanto che – già nel corso del dibattito sulla conversione in legge del decreto Bersani – il sottosegretario Mario Lettieri aveva dichiarato che “l’abolizione dei costi di ricarica non determinerà diminuzione del fatturato del settore per il concomitante effetto della ristrutturazione delle tariffe”.

E’ possibile ridurre la spesa per i clienti solo usando meccanismi di mercato ed agendo sulla leva fiscale, non attraverso interventi governativi dirigisti e “distorsivi”. La riduzione dei prezzi dei contratti di abbonamento di telefonia mobile, da perseguire grazie all’abbattimento dell’imposizione fiscale sui contratti di abbonamento della telefonia mobile, garantirebbe una vera apertura del mercato e favorirebbe l’effettiva riduzione dei prezzi del servizio, a beneficio degli utenti.

Il Governo recepisca nella prossima Finanziaria l’indirizzo del Parlamento

Nel corso dell’esame alla Camera del decreto Bersani, poi convertito in legge, il Governo ha recepito due ordini del giorno di contenuto pressochè identico – presentati dal sottoscritto e dall’on. Andrea Lulli (n. 9/2201/8 e 9/2201/6 del 22 marzo 2007) – con i quale si impegnava ad adottare iniziative normative volte all’eliminazione della tassa di concessione governativa.
Nel recepire gli ordini del giorno, in particolare, l’esecutivo si è impegnato a presentare il provvedimento “anche in occasione della prossima manovra di finanza pubblica”.

E’ auspicabile che il Governo onori l’impegno assunto nei confronti della Camera dei Deputati, tanto più che la copertura finanziaria del provvedimento, pari a circa 750 milioni di euro annui, appare assolutamente compatibile con lo stato delle finanze pubbliche.

Alcuni dati sugli aumenti tariffari

Poche settimane dopo l’entrata in vigore del decreto Bersani, gli operatori di telefonia mobile hanno modificato qualche tariffa, abolito altre e ne hanno introdotte alcune nuove, peraltro in modo assolutamente legittimo (la rimodulazione dei piani tariffari è una facoltà prevista dalla normativa vigente: art. 70, comma 4, del Codice delle Comunicazioni Elettroniche).

Gli operatori di telefonia mobile non hanno celato al mercato la loro “reazione” al decreto Bersani.
Nello scorso marzo, il management di H3G emanava una nota ufficiale in cui si legge: “3 si è trovata costretta ad intervenire perché, per la prima volta, un decreto-legge è intervenuto direttamente sul conto economico.”
Nel presentare il nuovo piano industriale, Telecom Italia dichiarava che “l’impatto del decreto Bersani sul mercato – stimato in 1,4 miliardi di euro per il 2007 – sarà contenuto nell’ordine degli 800-900 milioni in virtù della rimodulazione delle strategie degli operatori.”

Di seguito, alcune delle iniziative prese dai singoli operatori per rimediare agli effetti del decreto Bersani:

WIND

Migrazione forzosa da Wind10 a Wind12 = + 19%

SMS: da12 a 15 cent = + 25%

Triplicati anche i costi per navigare su Internet, fuori dal portale mobile di Wind.

3 ITALIA

Abolizione autoricarica da telefonate entranti

Cambio piano tariffario da 6 a 9 € = + 50%

Tariffe Supertua e Supertuapiù da 10 a 12 cent al minuto = + 20%

Scatto alla risposta da 15 a 16 cent = + 6,66%

Tariffe TuaMatic e Semplice3 (senza scatto) da 17 a 19 cent al minuto = + 11,7%

TIM

Accesso al portale mobile, scatto da 20 a 28 cent = + 40%

Riduzione della commissione ai punti vendita (tabaccai, edicole, etc.)

Strategie per invogliare i clienti a fare maggior traffico (a danno della trasparenza)

VODAFONE

Scatto alla risposta da 15 a 19 cent = + 26,66%

Abolizione di tre dei cinque piani pre-Bersani e introduzione di nuove tre tariffe. Abolita in particolare la tariffa Happy Ricarica, considerata la più economica.

Scatti di 30 secondi con addebito anticipato (se si parla 31 secondi si pagano 2 scatti)

Accesso al portale mobile, scatto da 25 a 29 cent = + 16%

NB La ridotta quota di mercato di 3 e Wind (20%, a fronte di un 80% detenuto da Tim e Vodafone) ha costretto i due operatori a toccare le tariffe in essere, segno di una loro particolare sofferenza agli effetti del decreto Bersani. I clienti delle due compagnie – considerate le “low cost” del settore dalle stesse associazioni di consumatori – hanno pertanto subito i maggiori rincari.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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