Marx, Popper e la religione

L’ideale della società comunista e del regno messianico

Di Luigi Pavone

Su Blogging (supplemento mensile di Generazione L) Messina è estensore di una rubrica di teologia. Nel n. di Aprile vi si legge quanto segue: «lo scopo ultimo marxiano, la società comunista, è il regno messianico perseguito attraverso mezzi umani e non disdegnando la violenza» (sic). La cosa non poteva passare inosservata. Così ne è nato un dibattito sulla interpretazione di autori come Marx e Popper. Un dibattito che non intendo protrarre troppo a lungo, perché – spero che Messina non abbia a prendersela a male, le mie intenzioni sono buone – è molto difficile intavolare un dialogo proficuo quando più del 90 per cento delle mie risposte deve essere volta a ripristinare un significato condiviso dei termini, alla interpretazione di tesi espresse in modo criptico, a rintracciare argomenti assai poco espliciti. Comunque, nel mio ultimo intervento (Blogging, n. giugno) espongo le ragioni per le quali l’equiparazione proposta da Messina è da respingere. Queste ragioni sono riconducibili ad una duplice differenza che riteniamo intercorra tra l’ideale comunista e l’ideale del regno messianico. L’ideale della società comunista ha una caratterizzazione socio-economica profondamente radicata nell’Ottocento industriale e operaio. Caratterizzazione completamente assente nel regno messianico: al regno messianico si accede attraverso la preghiera e riti magico-religiosi e non attraverso la caduta tendenziale del saggio di profitto! Nei racconti vetero-neotestamentari il regno messianico non ci è presentato come una società in cui il superamento del capitalismo si realizza in un sistema produttivo senza classi e senza proprietà privata dei mezzi di produzione. Con un vezzo tipico dell’arte filosofia – che molto indegnamente esercito –, ho cominciato a dare un nome alle cose e ho chiamato differenza formale quella per la quale se da un lato l’ideale del regno messianico si costituisce all’insegna di un ritorno alle origini, dall’altro l’ideale della società comunista – di una società senza classi e senza proprietà privata dei mezzi di produzione – è un ideale intrinsecamente progressista, propone o annuncia l’avvento di ciò che nella storia della umanità si costituisce come assoluta novità.

Qui, infatti, non si tratta di ripristinare un optimum già esistito; si tratta di realizzare la definitività del superamento della contraddizione interna alla struttura economica (secondo il senso che a queste espressioni dà Marx alla luce della sua riforma della dialettica hegeliana) che caratterizza l’intera storia dell’umanità. Un filone della storiografia tedesca dell’Ottocento leggeva il medioevo come una progressiva corruzione del germanesimo ad opera dei popoli romani o romanizzati. All’interno di questo filone si iscrive la c.d. teoria della Markgenossenschaft. La teoria della Markgenossenschaft affermava una sorta di comunismo primitivo che avrebbe caratterizzato la struttura economica e sociale dei villaggi germanici. Si tratta tuttavia di teorie che si sviluppano indipendentemente dalle teorizzazioni di Marx e in cui il significato di «comunismo primitivo» non può essere ricondotto al significato che il termine «comunismo» assume nelle teorie marxiane, almeno se si vuole essere filologicamente onesti. Marx ed Engels conoscevano questa letteratura e non stupisce che ne facessero uso nella ricerca di forme di egualitarismo apparse nella storia. Occorre tuttavia precisare che il riferimento a questo tipo di letteratura (termine appropriatissimo) storiografica, ideologicamente orientata, è marginale, e soprattutto non implica un impegno teorico forte. Per metterla in termini molto semplici, per Marx ed Engels non si tratta di dimostrare che la società comunista si costituisce come realtà storica originaria che realizza un optimum rispetto al quale il marxismo auspica un ritorno alle origini. Nella logica delle teorie marxiane ciò sarebbe inconcepibile. Sarebbe inconcepibile, perché non sarebbe spiegabile il passaggio da una società comunista originaria alle forme di sfruttamento della società feudale e di quella capitalistica, dal momento che la molla del divenire sociale è data dalla «contraddizione» (sono opportune le virgolette per evidenziare un significato che non è riconducibile all’uso ordinario del termine, ad es. in Logica formale) interna alla struttura economica, tra le forze di produzione e i rapporti di produzione (nei rapporti di produzione rientra sovrastrutturalmente la religione), «contraddizione» di cui il comunismo dovrebbe essere immune.

Recentemente, E. Severino ha evidenziato le difficoltà per tale «contraddizione» di costituirsi come condizione sufficiente del divenire, sia in Marx che in Hegel (Severino, 2001). (Detto di passaggio, la critica di Severino si presenta come critica interna, ma è molto più apprezzabile, a nostro modesto avviso, come critica esterna). Sintetizzando ciò che abbiamo chiamato «differenza formale», possiamo metterla con uno slogan: mentre il regno messianico esprime uno stile di pensiero religioso (o, se vogliamo, «conservatore»), l’ideale comunista è progressista. Nel suo ultimo intervento (Blogging n. luglio), Messina afferma che questa «semplificazione pavoniana è inacettabile» (sic). E continua: «se è vero che ogni messianismo della tradizione abramitica ha in sé questa tensione verso un futuro di restaurazione del rapporto originario con l’ente supremo, ciò non significa affatto che chi crede al regno messianico se lo immagina identico al paradiso terrestre adamitico o comunque ad un[a] epoca passata in cui vi era l’ottimo rapporto tra umanità e divinità» (sic). Francamente l’obiezione mi sfugge. Ma volendo applicare il principio di carità, l’obiezione sembra obiettarmi che la tensione verso la restaurazione non caratterizza concettualmente l’ideale del regno messianico. Ma il sottoscritto non hai mai avanzato pretese di questo tipo (e ho difficoltà ad immaginare campi del sapere in cui queste pretese possano trovare asilo). Infatti nel mio articolo (Blogging, n. giugno) scrivo: «Tipicamente [e non necessariamente] – questa tipicità è riscontrabile su base storiografica e anche teologica (l’origine del male) – l’ideale religioso, nella fattispecie il regno messianico, si costituisce all’insegna di un ritorno alle origini». Messina mi contesta anche la seguente affermazione: «il pensiero marxiano non è un pensiero religioso».

Prende Wikipedia e mi fa sapere che il termine «religione» ha almeno due accezioni: 1) «in senso stretto, la religione si riferisce al rapporto tra l’uomo e una o più divinità […] In tal modo però non viene considerata religione il buddismo primitivo»; 2) «in senso lato, la religione viene intesa come via di salvezza naturale e/o soprannaturale. Questo include anche le “religioni atee” come appunto il buddismo primitivo, ma rende indefinito il confine semantico del termine permettendo di inglobare in esso fenomeni come la magia o anche il comunismo, solitamente non considerate religioni vere e proprie». Non ho competenze teologiche per poter giudicare l’attendibilità di Wikipedia in materia di teologia, mentre giudico, con competenze limitate, carenti le pagine dedicate alla filosofia (anche se vorrei conoscere l’opinione di qualche mio collega al riguardo). Comunque, per Messina la citazione è più che sufficiente per smentire le mie affermazioni. Anche qui non riesco a cogliere il collegamento. Forse Messina intende dire che, contrariamente a quanto sostiene il sottoscritto, la seconda accezione tratta da Wikipedia è in grado di classificare come religione il comunismo. Non ho difficoltà ad ammetterlo, ma è proprio Wikipedia a sconsigliare l’uso della seconda accezione, dal momento che «rende indefinito il confine semantico del termine». Anche se – a detta di Messina – sarebbe stato sufficiente questo riferimento a Wikipedia per smontare il mio articolo, egli ha voluto aggiungere ulteriori motivi. Così, a sostegno della equiparazione secondo cui «lo scopo ultimo marxiano, la società comunista, è il regno messianico perseguito attraverso mezzi umani e non disdegnando la violenza», chiama a deporre direttamente Marx: «la classe operaia è il vero Messia che porta la redenzione al mondo, lottando e soffrendo contro i figli delle tenebre, i borghesi. Lo sfruttamento del lavoratore è il peccato originale. La società socialista del futuro è il regno escatologico, dove il lupo pascolerà con l’agnello e la terra non darà più spine, ma frutti in abbondanza. L’organizzazione proletaria, il Partito sono il popolo di Dio in marcia verso questo regno messianico». Qui c’è l’ingenuità di Messina. Che Marx abbia voluto dare enfasi attraverso metafore religiose al suo messaggio politico è più che evidente. Lo scopo esortativo è altrettanto evidente. Informo Messina che non è una novità nella storia della filosofia. Prendiamo Hegel ad esempio. Hegel scrive che la logica, anzi la Logica è da concepire come «esposizione di Dio, come egli è nella sua eterna essenza prima della creazione della natura e di uno spirito finito».

Dovremmo prenderlo alla lettera e affermare che per Hegel il contenuto della Logica è il Dio della tradizione religiosa, ebraica o cristiana? Direi proprio di no. Non è escluso che in questo uso (o abuso) della terminologia religiosa da parte di filosofi come Marx e Hegel (e di tanti altri ancora) ci sia un certo discutibile gusto dissacratorio. La citazione marxiana non smonta il mio articolo, lo conferma. Ma come la mettiamo con Popper? Per Messina il comunismo fa parte di quelle religioni che intendono realizzare il paradiso in terra e invita – Popper docet – a diffidarne, perché «ogni tentativo in tal senso ha provocato prevalentemente danni». Ma dov’è la lista – immaginiamo alquanto lunga per giustificare una simile regolarità – delle religioni che giustifica questa affermazione? Seguitiamo. A conferma che il comunismo è una religione ci sarebbe non soltanto la voce di Wikipedia, ma anche la critica di Popper alla psicoanalisi e al marxismo. Il riferimento a Popper per avvallare la tesi secondo la quale Marx – al quale Messina attribuisce la «follia scientista ottocentesca» (sic), ma io dubito che al di là del gusto per la drammatizzazione che caratterizza l’espressione esista qualcosa del genere – intende proporre una religione è contestabile a diversi livelli.

In primo luogo, Messina sostiene che se accettiamo il falsificazionismo popperiano come criterio di scientificità e concordiamo con Popper che la psicoanalisi e il marxismo («Marx e Freud non a caso sono contemporanei tra loro ed ebrei entrambi» (sic) puntualizza Messina; nel senso che la contemporaneità e l’ebraicità di Marx e di Freud, ma entrambi – ricordiamolo – sono dichiaratamente atei e Freud per di più è un materialista, sono causa della produzione di teorie simili dal punto di vista dello statuto scientifico, per come questo è teorizzato da Popper? Mah!) ci propinano teorie non falsificabili (e quindi non scientifiche), allora ne dovremmo concludere che tali teorie cadono sotto la categoria della religione. La tesi che Messina afferma tacitamente è riassumibile in termini più espliciti: tutto ciò che non è scientifico appartiene al dominio della religione. Proprio per questo è inaccettabile, perché altrimenti dovremmo classificare come religione p. es. i sistemi giuridici, che non sono falsificabili (e quindi – Popper docet – non sono scientifici), ma non sono neanche forme di religione. Tuttavia non è esclusa la possibilità che Messina aggiunga una terza accezione nella lista di Wikipedia tale che non troveremmo contestabile classificare come religione la nostra costituzione, il nostro manuale di logica, la filosofia di Schopenhauer, il gioco degli scacchi, la pallacanestro e il tiro alla fune.

In secondo luogo, non è affatto vero che il marxismo e la psicoanalisi non siano falsificabili. Adolf Grünbaum ha attirato l’attenzione su alcune delle teorie psicoanalitiche per le quali è lo stesso Freud a indicare quali fatti potrebbero essere considerati come confutazioni. Grünbaum fa qualcosa di più e si interroga sulla possibilità stessa di dimostrare come infalsificabile una teoria. Affermare che una teoria è infalsificabile significa affermare che infalsificabili sono anche tutte le sue implicazioni logiche, ma «quale dimostrazione ha mai offerto Popper per ribadire con enfasi che il corpus teorico freudiano è completamente privo di conseguenze empiricamente controllabili?». Questo genere di considerazioni sono valide anche per il marxismo. Il teorema della caduta tendenziale del saggio di profitto è falsificabile? Direi di sì. E credo che altre proposizioni siano rintracciabili all’interno del corpus marxiano suscettibili di controllo empirico e razionale.

In terzo luogo, Messina sembra considerare la filosofia della scienza di Popper come attuale, o almeno per quanto gli riguarda («ne dovremmo seguire un’altra? Quale?»). Non è così. Il falsificazionismo popperiano – come il suo antagonista, il verificazionismo – sono forme di empirismo. Oggi esistono ragioni stringenti riconducibili ai saggi di Quine (che è un induttivista!) e Sellars per le quali considerare problematicamente l’empirismo nel suo complesso. Recentemente (e poi mica tanto, perché è ormai passato un decennio, un decennio in cui i filosofi hanno continuato a produrre nuovi libri), un filosofo di scuola analitica, J. McDowell, ha tentato di giustificare l’empirismo – in forme però che non possono essere dette né verificazionistiche, né falsificazionistiche, ma forse inferenzialistiche – attraverso una rivalutazione della filosofia hegeliana (1996). Oggi il dibattito epistemologico vede contrapporsi naturalisti e antinaturalisti, e in questo dibattito riveste un ruolo filosoficamente interessante una ripresa della filosofia hegeliana (dalla parte del polo degli antinaturalisti) all’interno della tradizione analitica, per la quale la storia della filosofia sembrava arrestarsi a Kant, ad opera di filosofi come McDowell e Brandom. Ma Hegel è quasi irriconoscibile nel frullatore del pragmatismo statunitense. Diego Marconi ritiene che all’interno della filosofia analitica questa corrente idealistica sia minoritaria. Se contiamo i filosofi è certamente vero. Immagino tuttavia che non sia minoritaria qualitativamente. In conclusione possiamo affermare con buona approssimazione che il marxismo non è affatto una religione. Per come la vedo io (e per come la vedono in molti), il marxismo rappresenta un contributo importante alla storia della filosofia e in generale della cultura. Marx è innanzitutto un filosofo. La sua tesi di laurea aveva per oggetto non già l’esegesi delle lettere di S. Paolo, ma il rapporto tra il sistema filosofico di Epicuro e quello di Democrito. Il materialismo dialettico ha ragioni filosofiche riconducibili alla critica filosofica della logica hegeliana. Le analisi economiche e sociologiche marxiane sono per l’appunto economiche e sociologiche. Il pensiero di Marx ha inoltre avuto importanti implicazioni per la filosofia morale. Il marxismo è stato in molti ambiti di ricerca un paradigma scientifico molto proficuo: dalla storiografia alla linguistica, dalla critica letteraria alla filosofia della scienza (Geymonat). Ma tutte queste evidenze sono affatto inefficaci per chi decide di fare il gioco dei bussolotti e continuare a mettere in un unico calderone – per finalità che ignoro, ma che ho motivo di ritenere non scientifiche – Ebraismo, Cristianesimo, Islamismo, Marxismo etc. Sentenzia infatti Messina: «Il regno messianico è il regno della pace e dell’abbondanza per tutti come mai ci sono state e che mette fine all’“oppressione dell’uomo sull’uomo” (cito un’altra famosa espressione marxiana).

Strumento per raggiungerlo, per il credente (ebreo, cristiano, islamico, marxista o di altra fede) è sì la preghiera, ma intesa come comportamento teso a realizzare pace ed abbondanza nella giustizia». Amen! E così abbiamo anche un nuovo significato per il termine «preghiera» da proporre a Wikipedia. (Per una interessante analisi filosofica della nozione di preghiera rinvio invece a E. Severino [1999]).


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