Un movimento di opinione per riformare la giustizia

La utile, ma non appresa, lezione del caso Tortora. Anche i radicali si sono allontanati dal tema, derubricando l’intera questione all’ossessiva ripetizione della necessità di un provvedimento di amnistia e indulto

di Alessio Di Carlo,  da l’Opinione del 29/08/07

Più d’ogni altro è forse il tema della giustizia a fotografare lo stato di turbolento immobilismo in cui versa la situazione politica nazionale. Quel che è stato con una felice espressione definito “il primo dei diritti civili” – e che dovrebbe essere al centro dell’azione di qualsiasi esecutivo in carica – finisce per agitare ogni tipo di polemica, di attrarre a sé questa o quella vicenda di cronaca giudiziaria fino a generare interventi legislativi che, nella migliore delle ipotesi, assumono valenza poco più che simbolica: con la conseguenza di provocare un repentino ritorno al punto di partenza nel drammatico gioco dell’oca che da circa vent’anni caratterizza la materia. Ad onor del vero non può dubitarsi della portata riformatrice della Riforma Castelli: sarebbe stato sufficiente osservare la reazione della Magistratura associata per persuadersi dell’incisività (e della bontà) di quell’intervento. Fuor di polemica, deve essere ascritto a merito del secondo governo Berlusconi quello di aver introdotto un sistema di separazione delle funzioni, un criterio di selezione e formazione dei magistrati, l’istituzione della Scuola superiore della magistratura, di aver introdotto criteri meritocratici nella procedura di progressione della carriera e di aver perfino rivisto la materia delle procedure disciplinari cui i magistrati avrebbero dovuto sottoporsi.

Lo strapotere dei magistrati
Pur senza entrare nel merito della riforma del ministro leghista – ma confermando un giudizio ampiamente positivo – va anche annotato come persino in un intervento tutt’altro che simbolico come quello in questione non sono mancate polemiche di valore meramente simbolico (si pensi a quella legata all’affissione nelle aule della scritta “La giustizia è amministrata nel nome del popolo” voluta da Castelli in luogo del tradizionale “La legge è uguale per tutti”). La reazione della Magistratura associata alla riforma Castelli è questione recente e probabilmente nota ai più: iniziata con la benedizione ad un guardasigilli obbediente ed ossequioso – tanto da accorrere fin dalla sua primissima uscita pubblica ad omaggiare i magistrati – costantemente inchinato dinanzi ai voleri dei magistrati al punto da delegare direttamente a questi la scrittura della controriforma. Quella della controriforma costituiva una prova di forza e tutt’altro che semplice per i magistrati se si considera la strettezza dei tempi in cui si sarebbe dovuta pervenire all’approvazione e le note difficoltà della maggioranza in Senato. E la prova di forza è stata non vinta ma stravinta dai magistrati che non solo sono riusciti ad azzerare la riforma Castelli ma perfino ad incastonare nel provvedimento qualche perla come l’esclusione dell’avvocatura dai Consigli giudiziari. Un dettaglio, se considerato in concreto ma – ancora una volta – una rappresentazione simbolica dello strapotere con cui i magistrati hanno scippato al parlamento la sua funzione fondamentale. Si è tornati così al punto di partenza in virtù di quel turbolento immobilismo di cui s’è detto in principio. Non v’è dubbio, dunque, che vi sia qualcosa di geneticamente viziato in un meccanismo che non riesce a generare altro che stantie rappresentazioni di se stesso. C’è stata invero – e non sembra che possa contestarsi – una fase storica in cui il meccanismo è sembrato entrare davvero in crisi: ci riferiamo naturalmente alla stagione successiva al Caso Tortora.

Caso Tortora, un’occasione persa
La notorietà del personaggio, la gravità delle imputazioni, la vacuità dell’impianto accusatorio, unite alla lucidità dell’uomo Tortora – che seppe e volle fare della sua vicenda la battaglia per la giustizia giusta – ed alla pervicacia del movimento radicale che intuì l’eccezionalità del momento, generarono un movimento di opinione di tale portata da costituire l’humus necessario per una riforma davvero tout court della giustizia italiana. Quella stagione vide il suo culmine con l’approvazione a larghissima maggioranza del referendum che avrebbe dovuto sancire la responsabilità civile dei giudici. Da quel momento – a cominciare con l’approvazione della legge truffa sulla responsabilità civile dei magistrati, passando per il golpe giudiziario di Mani Pulite – può segnarsi l’inizio della crisi profondissima da cui la giustizia (ma meglio sarebbe dire la politica) non ha saputo riprendersi.

Dove eravamo rimasti?
“Dove eravamo rimasti?”: con queste parole Enzo Tortora, pochi mesi prima di morire, inaugurò la serie di Portobello successiva alla sua tragedia giudiziaria. Con le medesime parole, con quel “Dove eravamo rimasti?”, occorre che un movimento liberale approcci al tema della giustizia, promuovendo la ricostituzione di quel larghissimo movimento di opinione che era sorto dalla vicenda Tortora: e ciò a cominciare da subito, celebrando il ventennale del referendum che proprio il prossimo otto novembre andrà a ricorrere. Sulla necessità di un movimento di opinione che si ponga a base dell’azione riformatrice in materia di giustizia s’è soffermato più di una volta Mauro Mellini. Scrive l’ex parlamentare radicale: “…nessuna politica, nessun progetto riformatore può muovere i primi passi con la prospettiva di arrivare ad un risultato consistente, se non spostando la battaglia dal piano esclusivamente legislativo ed istituzionale a quello del dibattito del problema nel Paese, tra le categorie professionali, tra le persone colpite dalla “malagiustizia” etc. La magistratura gode oggi nel Paese di una situazione di privilegio nei mezzi di comunicazione di massa e, in conseguenza, nella pubblica opinione. Non si può dire che la fiducia nella giustizia da essa amministrata sia elevata; è vero semmai, il contrario. Ma il diffuso senso di sfiducia e, magari, di riprovazione è privo di orientamento, non trova punti di riferimento, adeguata informazione, chiaro indirizzo in ordine alle responsabilità.Se, a fronte di ogni caso luttuoso, anche se, magari, rientrante nei limiti statisticamente fisiologici, verificatosi negli ospedali o, comunque, in relazione all’assistenza medica, scatta la protesta, la denuncia per “l’ennesimo caso di malasanità”, a fronte delle sentenze più stravaganti, dei più abominevoli abusi della carcerazione preventiva, dell’uso dei pentiti, della fantasia onirica nella formulazione delle imputazioni, della faziosità più manifesta ed, a volte, ostentata, la stampa tace o acconsente o, al più, si rifugia nel generico disappunto, che, peraltro, è più spesso e più smaccatamente espresso e fonte di una sentenza assolutoria, che, magari, rimedi a clamorosi errori, ma che lasci, come sconciamente scrivono i giornali, un delitto “senza autori”, che non per autentiche strampalatezze ed enormità giudiziarie. Portare la politica per una giustizia gusta tra la gente è oggi difficile, ma non impossibile: c’è sete di giustizia, né questo dà “beatitudine”. Si tratta di incanalare e razionalizzare tale sconcerto, fornire informazione e giusti parametri di giudizio.”

Ripartire si può
L’impostazione di Mellini, pur se ambiziosa, costituisce l’indifferibile punto di ri-partenza: un’azione che si presenta tanto più difficoltosa a causa della latitanza del movimento radicale, vero animatore della battaglia per la giustizia giusta della seconda metà degli anni ’80, progressivamente allontanatosi dal tema al punto da aver derubricato l’intera questione alla ossessiva ripetizione della necessità di un provvedimento di amnistia da affiancarsi a quello di indulto recentemente approvato: quasi che la questione giustizia si risolvesse o potesse essere sussulta nella pur rilevantissima vicenda del sovraffollamento carcerario o nella necessità di smaltimento dei procedimenti penali tuttora pendenti. “Dove eravamo rimasti?”, dunque. Da lì, ripartire.


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