“Sicko” di Michael Moore

Di Gianfranco Cercone de Lucia

In un pamphlet non si va troppo per il sottile: si ha un avversario da demolire, una tesi da controbattere, e si espongono alla luce più cruda, difetti e contraddizioni logiche, senza aggiungere i chiaroscuri. Il documentario di Michael Moore, “Sicko”, è un pamphlet, in forma cinematografica, sul sistema sanitario americano. Dovremmo, dunque, accettare le qualità e i limiti del genere. Eppure, qualcosa non riesce a convincerci. Ma partiamo dalle qualità. Tra queste, gli riconosciamo volentieri la capacità di cogliere un problema nei suoi elementi principali, di darne una sintesi brutale, ma incisiva e drammatica. In “Sicko” sfilano documenti che mostrano come un sistema sanitario affidato quasi per intero ad assicurazioni private, non soltanto non tutela la salute di chi non è in grado di pagarsi la polizza; ma anche per gli iscritti, affida l’approvazione delle cure all’arbitrio delle stesse compagnie, mosse da esigenze di risparmio, anche a costo di mettere a repentaglio la vita degli assicurati. Viene raccolta, fra le altre, la testimonianza di un impiegato pentito, lautamente ricompensato per ritrovare difetti formali nella polizza di iscritti ammalatisi gravemente; così da annullare il contratto e non corrispondere il costo delle cure. Se i casi di malversazione siano tanto diffusi quanto si potrebbe arguire dal documentario, non lo sappiamo. Il nostro discorso dovrà essere soprattutto cinematografico. In ogni caso, il lavoro di Moore ci sembra fin qui meritorio, capace di porre efficacemente sotto gli occhi dell’opinione pubblica, una questione sociale grave, dai risvolti anche tragici. Nella seconda parte del film, la scena si sposta all’estero. E al sistema sanitario americano, sono contrapposti prima il sistema canadese, poi quello inglese e poi quello francese. In effetti, del funzionamento dei tre sistemi non comprendiamo nulla. Quel che vediamo è che i pazienti sono curati e soddisfatti; che i cittadini americani residenti in Francia si considerano privilegiati rispetto ai connazionali in patria; che i medici inglesi, pur al servizio esclusivo del sistema pubblico, conducono una vita agiata; che negli ospedali inglesi, anziché chiedere ai pazienti le spese del ricovero, una cassa provvede a devolvere le spese del taxi per il rientro a casa. Ora, ammettiamo senz’altro che i tre paesi presi in esame godano di un efficiente sistema sanitario. Ma non dico che avremmo voluto conoscerne anche contraddizioni e lacune; ma ci avrebbe interessato comprendere meglio cosa renda tali sistemi così efficaci, tanto migliori, a quanto ci è dato vedere, di quello italiano. Ma ricordandoci dell’impostazione pamphlettisca, passiamo sopra anche a questa riserva: ciò che Moore voleva, era contrapporre nettamente paesi in cui esiste la sanità pubblica, e gli Stati Uniti in cui quasi non esiste; mostrando tutto il bene dei primi, e tutto l’orrore dell’altro. E così siamo anche disposti a non biasimare troppo immagini molto convenzionali: come un grande parco francese baciato dal sole, dove i ragazzi si abbracciano beati, e la colonna sonora è: “Je t’aime moi non plus” di Gainsbourg; canzone, a nostro parere, molto bella, ma che fa anche tremendamente cliché (e l’immagine ce ne ricorda un’altra, famigerata: quella di “Fahrenheit 9/11” dove l’Iraq, prima dell’invasione americana, era presentato soltanto come un paese dove i bambini giocavano felici nei parchi pubblici). Quando però l’azione si sposta prima nelle prigioni di Guantanamo, presentate, con accenti di indignazione forse ironica, ma forse no, come uno dei pochi luoghi del territorio americano dove esista la sanità pubblica; e poi a Cuba, paese dove ancora vige la solidarietà, e dove una piccola torma di ammalati statunitensi riceve le cure in ospedale, loro negate in patria, pur comprendendo il gusto della provocazione, ci sembra che Moore strafaccia. Ci si passi un riferimento tutto cinefilo. Forse per la stazza fisica, Moore ci ha ricordato, in un gioco di libere associazioni, un leggendario personaggio interpretato da Orson Welles, “L’infernale Quinlan”, il commissario di polizia che per accelerare il corso della giustizia, quella che lui riteneva tale, fabbricava prove false a carico degli indagati. Il titolo originale del film era: “The touch of evil”. Ecco, Moore non falsifica, ma propone almeno qui una verità così parziale e selettiva da somigliare a una falsità. E questo tocco diabolico avrebbe fatto bene a evitarlo.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

Comments are closed.