La lectio tremontiana e la ‘politica della paura’

di Carmelo Palma, da L’Opinione del 21 luglio 2007

La lectio tremontiana che il Foglio ha recentemente pubblicato merita un’attenta lettura.
Londra contro Roma. La capitale “spirituale dell’uomo” contro quella di un “modello la cui essenza è nella banalizzazione dei costumi nei consumi”. “I banchieri centrali” contro i “padri spirituali”… Il fatto stesso che Tremonti abbia scelto di forzare in modo così aperto il merito di alcune affermazioni – e di provocare apertamente reazioni  e dissensi –  fa uscire la lectio tremontiana dalla logica dell’accademia, iscrivendola direttamente nel campo del gioco politico. Non è quindi irriverente tentare di decrittarne il senso secondo una logica che più che alla “storia dello spirito” guarda alla geografia politica del centro-destra e della politica italiana. Ma non è il testo, esibitamene “romantico”, del discorso tremontiano bensì il sottotesto, crudamente realistico, a destare maggiore interesse.
Tremonti sa che in Italia l’elettore mediano è (per età, reddito, formazione e posizione professionale…) molto più sensibile alla paura che alla speranza, alla difesa che all’avventura. Sa insomma che la svolta conservatrice e tradizionalista, “valorista” e “antimercatista” di Forza Italia e della Cdl non è tanto un programma di governo, quanto un’irrinunciabile esigenza di marketing politico.
Entrambe le coalizioni, in fondo, sanno di dovere fare i conti con crescenti richieste di protezione da parte del proprio elettorato (e dell’elettorato in genere) e tentano di rispondere in termini duramente identitari, ricorrendo a quanto di più servibile le rispettive tradizioni mettono loro a disposizione. A destra e a sinistra non mancano i totem e i tabù per rispondere alla crisi e alla paura. Così, se a sinistra la risposta alle esigenze di protezione assume la forma di un welfarismo moralista, a destra prende quelle di un rigoroso conservatorismo tradizionalista. Da una parte, lo statalismo economico. Dall’altra, lo statalismo etico.
Il mito dello Stato sociale e quello della comunità tradizionale non sono però strumenti di governo. Il welfarismo a sinistra e il tradizionalismo a destra sono ciò che l’antifascismo è stato nella retorica resistenziale: un retaggio insieme inutile e irrinunciabile. Non è così semplice liberarsi dai feticci quando sono segmenti crescenti dell’elettorato a chiedere alla politica di rassicurarli, cioè di farsi taumaturgia o psicoterapia di massa.
La riflessione di Tremonti è imperniata sulla paura: su di una paura che va neutralizzata sul piano identitario – che Tremonti elegge non a caso a piano politico per eccellenza –  proprio perché non dilaghi sul piano del governo. La schema che Tremonti usa e offre alla politica di Forza Italia e del centro-destra potrebbe essere così riassunto: non possiamo cedere simbolicamente sull’immigrazione, sulla globalizzazione, sulle tecnoscienze e sulla religione, proprio perché sappiamo che il nostro sistema produttivo chiederà e otterrà nuova immigrazione, che il mercato globale detterà comunque le forme della nostra riconversione economica e civile, che la ricerca scientifica, grazie al mercato del sapere e dei suoi prodotti, renderà disponibile “l’impensabile”, che la “Roma cristiana” da secoli sta rincorrendo faticosamente la storia e non la sta guidando.
La sinistra di governo è impegnata, in fondo, nell’identico gioco: non possiamo cedere simbolicamente sul liberismo, sulla progressività delle imposte, sulla prevalenza civile e culturale della spesa e della regolamentazione pubblica, proprio perché sappiamo che la festa è finita, che il cannibalismo fiscale non esprime l’autorità, ma il disonore dello Stato, che il mercato sfama e il non-mercato affama, che la spesa pubblica fatta a debito distrugge la politica e corrompe la società.
Destra e sinistra si contendono il consenso promettendo coesione e stabilità. E promettono tanto maggiore stabilità quanto maggiore è l’instabilità culturale, economica e civile a cui il nostro paese è inevitabilmente esposto. Seguono, in modo diverso, un identico schema, che non le rende affatto alternative. In un caso e nell’altro l’estremismo valoriale comporta uno sdoppiamento dei piani della politica: da una parte il piano simbolico dei valori, su cui si cerca il consenso, dall’altra quello necessario e inevitabile dell’amministrazione, in cui si articola il governo. La concorrenza politica cessa di essere una competizione tra progetti di governo e torna ad essere una lotta per la rappresentanza di valori. Non è più l’economia a dettare le regole della politica, dice Tremonti, ma soprattutto non è più quello del “governo” il problema della politica.
Non è quindi un caso che, mentre sul piano valoriale Tremonti arma ideologicamente la guerra, sul piano del governo offra preventivamente l’armistizio. “L’alternativa strategica” tra due opposte visioni sfocia nella formula della grande coalizione e in una “agenda politica basata su comuni agende economiche”.
Da un discorso come questo si possono (e forse si devono) trarre giudizi molto diversi.
Si può dire che Tremonti derubrica il ruolo del governo, per tentare di salvarne la funzione e per metterla al riparo da quel fondo oscuro di timori (dei “marocchini” e dell’idraulico polacco, dei capitali cinesi e degli ibridi ogm, dei terroristi e delle “locuste finanziarie”) che la società serba ed esprime. Di fronte a questi pericoli, Tremonti realisticamente propone un compromesso per evitare che il governo finisca nel gorgo della contrapposizione ideologica, che è interamente scaricata sulla “politica dei valori”.
C’è però un rovescio della medaglia: per le stesse ragioni si può anche affermare che nella lectio tremontiana si distinguono con troppa spregiudicatezza le ragioni della propaganda e quelle della responsabilità politica, e si coniugano una eccessiva durezza ideologica con un’altrettanto smisurata malleabilità programmatica. Anziché serietà tecnocratica, la scissione dei piani della politica rischia di produrre sperperi e inefficienze. Anche la Prima Repubblica era contrassegnata da una fortissima contrapposizione ideologica e da una forte consociazione politica. PCI e DC, padronato e sindacato, mentre inscenavano una vera e propria lotta di civiltà, cogestivano la spesa, fino a saccheggiare il bilancio pubblico. Il debito pubblico italiano è il figlio naturale (e non riconosciuto) di quella grande coalizione dei tempi della guerra fredda.
Su tutto il discorso pende poi un interrogativo che Tremonti non sembra porsi: siamo sicuri che se il bipolarismo etico sostituisce il bipolarismo politico nel mainstream della destra italiana, sarà proprio la destra a guadagnarci? Nel medio periodo saranno di più gli elettori del centro-sinistra che si ribelleranno all’ipoteca sindacale e corporativa o quelli del centro-destra che reagiranno con insofferenza all’ipoteca della “tradizione”?


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

Comments are closed.