La droga fa male. Proibita fa peggio – di Marco Taradash

Questo articolo comparirà sul prossimo numero di Charta Minuta, rivista diretta da Adolfo Urso, in funzione di contro-editoriale.

Permissività, indifferenza, perdonismo. Teste dell’Idra che divora l’anima di chi abita la nostra parte del mondo. Non le più feroci, anzi – spesso la loro apparenza è mite – ma le più ingannevoli. Vi siamo assuefatti, le scambiamo per ciò che prima imitano, poi caricaturizzano, alla fine distruggono: la libertà, la tolleranza, la pietas.  Poi c’è l’avidità. Sappiamo che è fra noi, in noi. Che occorre darle una forma, una disciplina, e che allora è possibile trarre dal male il bene. Le api di Mandeville, il panettiere di Smith.

I vizi privati che diventano pubbliche virtù nell’entomologia illuminista dello scanzonato medico anglo-olandese, la “simpatia” con gli altri che trasfigura l’egoismo personale del solerte fornaio in un involontario ma non del tutto inintenzionale servizio alla causa comune dello stomaco e dell’onore sociale. Ma le operazioni di chirurgia filosofica  non riescono a cancellare del tutto la mostruosità di questa testa. Perciò la combattiamo, in nome della fede o della cultura. E della legge, quando l’avidità si accompagna alla violazione del divieto. Ma può capitare allora, come nella leggenda, che a ogni testa che tagliamo, all’Idra ne rinascano due. E poi quattro, e poi otto, e così via, all’infinito. Fino a riempire le città, i quartieri, le case, e la vita economica, politica, militare delle nazioni.

Il proibizionismo sulla droga agisce così.

Droga è il nome delle droghe proibite. Non le più letali, come si sa. Né come causa diretta né come causa indiretta di morte. Il tabacco uccide migliaia di volte più dell’eroina, più pigramente e più tardi, ma più inesorabilmente. L’alcool a sua volta divora l’organismo più lentamente dell’eroina o della cocaina (ma più velocemente della nicotina) ma al contempo è causa di migliaia di morti violente ogni anno sulle strade di ogni paese del mondo. Centinaia di volte più della droga proibita, anche in questo caso. Anche in Italia, che pure non avverte l’alcolismo come problema sociale, e ha leggi molto molto comprensive verso chi guida in stato di ebrezza, che per fortuna ora si pensa di indurire.

Ci sono molte buone ragioni per giustificare il proibizionismo sulle droghe. Ragioni morali, innanzitutto, e poi sociali, e poi culturali, e poi sanitarie, e poi psicologiche, e poi pratiche, e poi elettorali. Ma ce n’è una più che sufficiente per contrastarlo, al di là di ogni credo: il proibizionismo non funziona. La repressione combatte il male, è vero. Ma non lo riduce. Anzi, lo moltiplica. Aggiunge male al male, trasformando un problema personale in una tragedia pubblica. Un vizio privato si muta in una moltitudine di vizi pubblici. Molti dei quali – di fatto i più dannosi perché provocano la diffusione per metastasi di un morbo che altrimenti potrebbe essere isolato e meglio curato – non hanno nessuna relazione diretta con l’assunzione di droga, ma esclusivamente col rimedio che noi utilizziamo per combatterla. Aggressioni contro le persone e la proprietà, corruzione, mafia, malattie (Aids ma non solo), sono amplificate drammaticamente non dalla droga ma del modo in cui la politica ha deciso di combatterne la diffusione.

Ci sono molti altri argomenti per opporsi alla proibizione, in nome di quel binomio inscindibile fra libertà e responsabilità che è alla base di un’etica liberale. “Ragiona con il potenziale tossicodipendente, sì. Parlagli delle conseguenze, sì. Prega per e con lui, sì. Ma io credo che non abbiamo il diritto di usare la forza [dello Stato] direttamente o indirettamente per impedire a un adulto di commettere suicidio e ancor meno per  tenerlo lontano dall’alcool o dalle droghe” scrisse Milton Friedman in un famoso articolo su Newsweek nel 1972. Ma al fondo resta il fatto che il proibizionismo non funziona. “Non è che degli Stati Uniti condivida proprio tutto” – ha detto Mario Vargas Llosa nel corso della lettura annuale 2005  dell’American Enterprise Institute (Confessioni di un liberale) – “per esempio lamento il fatto che molti stati applicano ancora quell’aberrazione che è la pena di morte, e anche altre cose, come ad esempio il fatto che la repressione ha la prevalenza sulla persuasione nella guerra alla droga, a dispetto della lezione del Proibizionismo”. Che non funzionò. “La guerra alla droga ci è costata miliardi di dollari, ma la droga è ancora lì nelle strade. Il proibizionismo si è rivelato un costoso fallimento. Come sull’alcool anche il proibizionismo sulla droga ha creato più problemi di quanti ne ha risolti. La guerra alla droga ha distrutto le vite degli abitanti delle città, corrotto le forze dell’ordine e distorto la nostra politica estera”, si legge in una dichiarazione del Cato Institute, un’altra Fondazione americana non sospetta di simpatie verso la sinistra e i sinistrismi. Anche in Italia i più autorevoli fra i liberali, da Antonio Martino a Alberto Mingardi (Marco Pannella fa storia a sé) avversano il proibizionismo per ragioni sia teoriche che pratiche.

L’ultimo rapporto sul consumo e il traffico di stupefacenti, diffuso a luglio, ripete cose note. L’uso delle droghe illegali aumenta anno dopo anno, in particolare la cannabis, mentre diminuisce il prezzo di vendita al dettaglio. Anzi, per meglio dire, mentre il prezzo resta stabile, il marketing viene incontro al consumatore di oggi: una dose di cocaina al prezzo di una buona bottiglia di vino. Il consumo delle droghe legali, dice il rapporto, è diminuito negli ultimi cinque anni; in modo rilevante per l’alcool, meno per le sigarette a causa dell’ aumento del numero delle fumatrici. Il numero delle persone denunciate per produzione, traffico o vendita di stupefacenti arriva quasi a  32 mila nel 2006, e di questi quasi il 30% sono immigrati; ma per i reati più gravi, quelli associativi e organizzativi, gli italiani fanno ancora la parte del leone, con il 90% delle denunce. Il carcere rispecchia queste proporzioni. Le Forze dell’Ordine fanno il loro lavoro, e ottimo e abbondante come sempre è il quantitativo delle sostanze che sequestrano. Ma sono costrette ad ammettere che i sequestri hanno un’incidenza praticamente nulla sulla distribuzione della merce. Nelle regioni più ricche è più facile che altrove trovare droga per strada (lo dice il 36% dei giovani interpellati, a proposito, badate bene, dell’eroina), ma sarà consolante sapere che la Regione dove meno diffusa è la vendita dell’eroina e più difficile il suo acquisto al minuto è la Sicilia. Questo ci dice che è possibile intervenire con efficacia per ridurre persino questo mercato (anche se, come ovvio, i mezzi cui ricorre la mafia sono diversi da quelli che potrebbe utilizzare lo Stato).

Le mafie italiane hanno trovato nella droga lo strumento finanziario e di penetrazione sociale che ha consentito loro il salto dalla dimensione rurale o provinciale a quella di organizzazioni transnazionali della violenza e della corruzione, e poi della finanza, con sede nei principali centri economici del Nord Italia e nelle capitali finanziarie di mezzo mondo. Lo scenario mondiale è ancora più sconfortante. La lettura del rapporto Onu 2007 sulla droga è molto utile per valutare l’utilità del proibizionismo. Anche perché da quando l’italiano Antonio Maria Costa è diventato direttore dell’organismo contro la droga e il crimine, il tono di questi rapporti è cambiato. Costa pensa positivo e nella sua introduzione al rapporto ci regala un quadro ottimistico: la situazione è sotto controllo, la produzione di cocaina, cannabis e anfetamine si è stabilizzata, purtroppo quella dell’eroina no a causa dell’Afghanistan. Però i sequestri sono arrivati a livelli record: nel 2006 un quarto dell’eroina prodotta è stata intercettata (contro il 15% del 1999) e addirittura il 45% della cocaina (contro il 24% del 1999). Numeri importanti, che danno l’idea dell’immensità dell’impegno mondiale contro il traffico di droga. Eppure, quando andiamo a guardare le cifre assolute, lo sconcerto è inevitabile. La coltivazione d’oppio ha toccato nel 2006 il massimo storico, 6.610 tonnellate metriche contro le 4.600 dell’anno precedente (un incremento del 43%!)  e le 4.300 del 2002, e la produzione di eroina è aumentata in proporzione. E allora dov’è la ragione di tanto ottimismo?

Forse abbiamo risultati migliori sul fronte della coca? Purtroppo no: la produzione di cocaina è, con l’eccezione del 2004, al massimo livello storico, nonostante un certo calo nella raccolta della materia prima: quasi 990 tonnellate metriche contro le 1010 del 2004 e le 800 del 2002. Lo stesso vale per la cannabis: 42mila tonnellate metriche nel 2005 (ultimo dato) contro le 45mila del 2004, anno record, e le 32100 del 2002. Però i consumi si sono stabilizzati – dice l’Onu – e questo vale anche per le metamfetamine, la cui produzione resta ai livelli del 2000. Bene. Forse però, visto l’incremento dei sequestri ci saremmo potuti aspettare una forte diminuzione nei consumi. Così non è stato. I sequestri, per quanto importanti, non incidono sul mercato. E il denaro della droga continua a finanziare non soltanto tutte le altre attività criminali, ma anche tutti i movimenti terroristici e antioccidentali del mondo.

Allora proviamo anche noi a  pensare positivo. I consumi non aumentano, e non certo perché l’offerta non fosse in grado di soddisfare la domanda. Questo è ragione di speranza. Non sarà forse vero che soltanto una piccola parte dell’umanità è disposta a diventare schiava della droga? Non varrebbe la pena allora concentrarsi sulla domanda di droghe senza dover destinare immense inutili risorse alla repressione della produzione e del traffico delle droghe? Forse con mezzi diversi da quelli usati finora potremmo riuscire a ridurne il consumo, le ragioni del consumo e gli effetti del consumo.

Quando si parla di legalizzazione in Italia si pensa generalmente agli spinelli. Negli ultimi dieci anni anche gli antiproibizionisti non hanno fatto molto per smentire questa convinzione (penso alle distribuzioni pubbliche di hashish o marijuana, alla definizione di non-droghe). Ma è un grave errore. Le droghe vanno legalizzate non perché sono innocue, ma anche se – e  proprio perché – fanno male. Può esistere un uso pesante delle droghe leggere. Al di là delle demonizzazioni, credo che genitori amorevoli debbano cercare di capire cosa o chi porta un ragazzo allo spinello o peggio a un suo uso frequente, senza drammatizzare ma senza banalizzare. E visto che le conseguenze a lungo termine dell’uso frequente della canapa sono tuttora poco conosciute, è bene tenere una posizione intermedia fra l’allarmismo e il tranquillismo.

Ma se una sostanza fa male, proibita fa peggio. Vietate, le droghe fanno male non soltanto a chi le adopera, ma all’intera società (e ovviamente soprattutto ai più deboli o svantaggiati,  che vivono in quei quartieri, o sono più facile obiettivo di quei reati). Vietate, il loro effetto si moltiplica, si trasforma, si deforma orribilmente.

Non esiste alcuna relazione di simpatia fra antiproibizionismo e permissivismo. Un confronto aperto aiuterebbe a dissipare inutili allarmi e a concentrarci sulle soluzioni. Un esempio: che dalle droghe leggere si passi alle droghe pesanti è una leggenda. Questa relazione è falsa, come falso sarebbe  il sillogismo di chi dicesse che dal tabacco si passa alla marijuana visto che nella generalità dei casi chi si fa uno spinello ha in passato fumato qualche sigaretta (cosa che di fatto accade a oltre il 90% dei fumatori di cannabis). Le ricerche sul campo ci danno un quadro più realistico della faccenda: in Italia quasi 9 fumatori di spinello su 10 non utilizzano altre sostanze illegali (per la precisione l’87%, secondo il rapporto 2006), mentre c’è un certo numero di persone che alternano la cocaina o l’eroina all’alcool senza fumare spinelli. Certo, è vero che le sigarette si vendono in tabaccheria, mentre l’erba si compra per strada, da rivenditori che possono offrirti anche altra merce, e convincerti a fare qualche esperienza nuova. Questo comporta di per sé rischi di passaggio dalle droghe leggere alle pesanti – ma questa non è semmai una buona ragione per togliere l’erba dalla strada?

Sono soprattutto le droghe più pericolose per la salute individuale, e più dannose alla società che occorre riportare sotto controllo, alla luce della legge, della medicina e dell’assistenza sociale. Tenendo presente che buona parte del danno (o tutto, se si pensa alla criminalità, alla delinquenza, alla corruzione) nasce non dalla droga ma dalle leggi sulla droga. Ecco un buon piano antidroga: sottrare le sostanze alla poderosa macchina propagandistica e distributiva del mercato nero, annullarne la prodigiosa capacità di moltiplicare per decine e centinaia di volte gli investimenti iniziali, impedire che l’assuefazione alla droga si trasformi nel consumatore in assuefazione alla violenza contro gli altri. Affamare le mafie, strappare alla delinquenza i tossicodipendenti in crisi di denaro, convertire gli investimenti dello Stato dalla repressione ad un sostegno massiccio per le comunità terapeutiche, i centri di assistenza, le famiglie che vivono questa piaga. Legalizzare, informare, scoraggiare, e tassare. E fare in modo che l’economia della droga e quella dell’antidroga non abbiano più, al di là delle buone intenzioni dei legislatori e della dedizione spesso eroica di chi opera sul campo, il comune interesse a non far migliorare la situazione. Combattere la droga si può. Combattere i “drogati” è stupido. Lasciare alla criminalità il potere di gestire le immense risorse che il proibizionismo genera è suicida.


One Response to “La droga fa male. Proibita fa peggio – di Marco Taradash”

  1. sergio bressani ha detto:

    Complimenti per occuparsi del problema droga e anche con un lungo articolo.
    Originale la sua considerazione sul non proibirla perchè tutto sommato non si capisce fino a che punto faccia male.
    ” Che Ferdinando non è un gerundio uno o lo capisce subito o non lo capisce più “.
    Che cosa deve accadere perchè si possa capire tutti (anche se le eccezioni ci sono sempre) che la droga altera il comportamento ?
    Basterebbe che Lei andasse tra coloro che la usano, magari in una
    comunità di tossicodipendenti a fare delle domande con lo scopo di
    voler veramente scoprire la verità.
    Troverà dei professionisti nell’uso delle droghe e avrà le risposte più vicine alla verità.
    Da un politico mi aspetto un comportamento da professionista su un soggetto così importante; il dilettantismo è deleterio.
    Lei è un leader e come tale su un problema così importante non credo tornerà utile a lei domani che qualcuno le ributti in faccia
    quello che lei oggi giustifica per “non sapere” quello che invece già oggi tutti sanno (magari non vogliono guardarci dentro per paura).
    A meno che voglia tenere il piede in due scarpe per prendere voti a dritta e a manca.
    Allora mi scuso, Lei è un professionista nelle parole.
    Il prodotto di parlare è aver parlato, il prodotto di fare è aver fatto.
    O prima o poi la gente guarderà e giudicherà le persone dalle loro
    azioni e Lei se continua da dilettante nelle azioni non potrebbe avere successo.
    Il mio disaccordo Lei lo ha già raccolto da adesso e parlerò di Lei per ciò che pensa.
    Può sempre cambiare punto di vista andando a cercare la verità.
    Seguirò il Suo professionariato.
    Con ammirazione
    Sergio Bressani

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