“Grindhouse” di Quentin Tarantino

Di Gianfranco Cercone de Lucia

Un’avvertenza: per comprendere, e forse gustare, l’ultimo film di Quentin Tarantino, dovete conoscere almeno un po’ certi film-spazzatura; quelli in cui, tra le maglie dei “generi” (l’horror, il thriller, il poliziesco) sono profusi effettacci orripilanti e sesso violento. Non dico che dovete esserne appassionati – come lo stesso Tarantino; e nemmeno che dobbiate apprezzarli (come vuole uno dei nuovi conformismi invalsi tra un buon numero di cinefili e di critici cinematografici); ma, in questo caso, almeno conoscerli è necessario. “Grindhouse” (è il nome di una categoria di sale cinematografiche, dove, negli Stati Uniti, venivano proiettati simili prodotti) è infatti il rifacimento ideale di uno di questi film; che, da un lato, ne rispetta le incongruenze narrative, il disegno primitivo dei personaggi, l’idea fumettistica del Male, ma anche i salti di fotogrammi di pellicole logorate dall’uso e proiettate in terza visione; e dall’altro, vi innesta le finezze di un autore abile e creativo, attento nella scelta dei volti e nell’individuazione delle espressioni (qui spicca lo sguardo torpido e sensuale di Vanessa Ferlito; ma si noti anche, a titolo di esempio, con quale esattezza il volto dell’attrice Rosario Dawson trapassi dall’apprensione all’entusiasmo, assistendo a una bravata di una sua amica); raffinato nell’uso dei colori e delle musiche; capace di sorprese narrative e di dialoghi a loro modo brillanti (malgrado, in alcuni momenti, la verbosità: ma anche questa, a ben guardare, in omaggio alla filologia!). La storia di “Grindhouse” è semplicissima. Si raccontano i casi paralleli di due gruppi di quattro ragazze scapestrate, nel giro della moda e dello spettacolo, che a distanza di qualche tempo, sono perseguitati da un sadico. Il primo gruppo soccombe sanguinosamente al carnefice; il secondo reagisce, e si vendica con altrettanto sadismo. Va detto che nel profilo delle avventuriere si percepisce – come poteva capitare nei modelli di riferimento – un riverbero tra le attrici e i personaggi: nello spirito pratico e nel senso di precarietà, di chi sopravvive alla giornata, tra le spire di un cinema povero, che non garantisce nessun prestigio sociale. Ma il film di Tarantino non cerca complicazioni sociologiche o psicologiche. Se, malgrado il divertimento, non lo consideriamo un esercizio di stile gratuito, è perché mette a nudo, riproponendolo, un meccanismo elementare del cinema, di un certo cinema: quello che attira in sala il pubblico (maschile) attraverso le seduzioni del voyeurismo (si veda l’evidenza con cui sono i ripresi i sederi delle ragazze sotto le minigonne; o, più originalmente, i piedi nudi; o anche, una scena, lunga e compiaciuta, di lap dance). E che offre agli spettatori adolescenti, i suoi destinatari ideali, il brivido di perversioni sadomasochistiche, per esplorare il territorio di una sessualità ancora misteriosa.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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