Anni a parlar male della finanza e si stupiscono se i lavoratori non affidano il tfr ai fondi

Di Benedetto Della Vedova
Il Foglio del 7 giugno 2007 pag. 4

Al direttore – Per tre lustri si è aspettato invano un “decollo” dei fondi pensione. La riforma si scontrava con la realtà: i lavoratori avevano già una sorta di pensione integrativa (il tfr), dal quale i fondi non potevano prescindere – in termini di stock e di flusso futuro – per poter raggiungere una propria dimensione economica. Il governo Berlusconi varò la riforma della previdenza integrativa prevedendo la possibilità per il lavoratore di devolvere ai fondi il flusso annuo del tfr. Agitando il conflitto di interessi (Mediolanum), da sinistra riuscirono a imporre al Cav. una soluzione di favore per i fondi negoziali, quelli affidati a sindacati e organizzazioni datoriali. A Berlusconi riuscì comunque ciò che non era riuscito alla sinistra, che pure aveva tanto puntato sulla
retorica della necessità di garantire ai giovani una rendita integrativa della pensione. Prodi ha anticipato di un anno la riforma con una trovata “creativa”: la previsione che il tfr non destinato ai fondi, nelle aziende sopra i 50 dipendenti, vada ad un fondo Inps per le infrastrutture. Una bizzarria che confonde ulteriormente i lavoratori. A oggi abbiamo dati chiari: una recente indagine Cgia di Mestre evidenzia come solo il 16 per cento dei lavoratori pensi di destinare entro giugno il Tfr ai fondi aperti o chiusi; il 6 per cento lo farà più avanti. La gran parte, circa il 60, preferirà lasciare il tfr in azienda. Per il momento, d’altronde, si è espresso esplicitamente appena un lavoratore su cinque e solo la metà in favore dei fondi.
Perché questo scarso entusiasmo? Anzitutto, lo switch dal tfr ai fondi è stata presentata come una soluzione magica, in grado di adeguare le pensioni future a quelle attuali senza alcun rischio o contropartita. La contropartita è la rinuncia alla liquidazione, strumento previdenziale su cui gli italiani hanno imparato a contare. Oggi si propone semplicemente di sostituire uno strumento previdenziale con un altro. Forse i fondi renderanno di più, ma a nessuno sfugge che alla fine si propone ai giovani di rinunciare ad uno strumento finanziario a bassissimo rischio per passare ad uno con rischi più elevati, meno garanzie e più vincoli di disponibilità. Insomma, non è un grande affare.
Ciò detto, c’è una questione di fondo da porre al sindacato italiano che oggi conta di basare sui fondi parte dei proprio futuro: per decenni ha catechizzato “le masse” sulla necessità di diffidare dal sistema capitalistico. Con quale credibilità chiede oggi ai lavoratori di affidare agli gnomi della finanza il proprio risparmio previdenziale? Al sindacato i lavoratori chiedono notizie, ma gli credono poco quando propone loro l’investimento. Basta vedere quanto tiepida sia l’attrazione esercitata dai fondi negoziali: in quattro mesi, le adesioni sono state appena 104 mila. La sinistra italiana continua a ritenere che tutto sia a costo zero, politicamente parlando, e che le conversioni a “U” le siano possibili senza pagare dazio. Non è così: hanno seminato paura e diffidenza e ora le raccolgono.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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