“The History Boys” di Nicholas Hytner

Di Gianfranco Cercone de Lucia

Confido una predilezione: curioso del teatro che si fa in Inghilterra e negli Stati Uniti (che, per le poche prove cui ho assistito, apprezzo per la qualità antiaccademica della messa in scena, per la contaminazione con il linguaggio del cinema, che si manifesta nel realismo, nel colore, nella plasticità e nella dinamicità delle immagini) vedo sempre volentieri i film tratti dagli spettacoli di prosa o musicali di quei paesi, che mi danno almeno un’idea di ciò a cui avrei potuto assistere sul palcoscenico. “The history boys” è il titolo di una commedia di uno scrittore inglese, raffinato, irriverente e molto spiritoso: Alan Bennett. E’ andata in scena al National Theatre di Londra; e di lì, dato il successo, è stata esportata sui palcoscenici di Broadway, dove ha vinto nel 2006 sei Tony Awards (premio equivalente, per il teatro, agli Oscar), fra cui quello per il miglior testo. Ora, il regista dello spettacolo, Nicholas Hytner, mantenendo il cast di attori della messa in scena teatrale, ne ha tratto un film, uscito, purtroppo in sordina, in questi giorni, sugli schermi italiani. Va detto che tutti i personaggi del testo sono riconoscibili come stereotipi (ma ineccepibili, cesellati ad arte). Tuttavia, come spesso accade dato il mestiere dei drammaturghi inglesi, il racconto incatena l’attenzione, diverte e commuove. E se la forma cinematografica ha un che di aggiunto e a volte di stonato, gli attori sono così corrispondenti ai personaggi, li hanno a tal punto interiorizzati, grazie forse al rodaggio teatrale, che più che convincere, incantano. L’azione si svolge nella classe di un liceo di provincia inglese, negli anni Ottanta. Un gruppo di studenti molto meritevoli vengono addestrati da due insegnanti, in vista dell’esame di ammissione nella prestigiosa università di Oxford. Si discute molto, più o meno brillantemente, di storia e di letteratura. Si mettono a punto le strategie per stupire e conquistare la commissione esaminatrice. Ma le lezioni trascendono l’ambito accademico, quando si verifica uno scandalo. Uno dei due insegnanti ha l’abitudine di offrire un passaggio in motorino, a turno, a uno dei suoi studenti, e nel corso del viaggio, lo palpeggia. Parlo di scandalo, ma tale in effetti appare agli occhi del preside. Per gli studenti è un fatto commentato in classe, e sportivamente tollerato. Tuttavia, ecco un problema su cui i raffinati strumenti della cultura impartita, possono applicarsi: è accettabile o no, un simile comportamento da un docente? Può essere ragione di licenziamento? Si cita la cultura greca, Auden, e la commistione inevitabile di eros e pedagogia. Ma la conclusione che forse si può trarre dalla discussione, è che se l’eccentrico docente, didatticamente di valore, non va licenziato, il suo comportamento è da biasimare, non tanto per ragioni deontologiche (non ignorate), ma perché un palpeggiamento in motorino è un surrogato molto misero di un rapporto sessuale. (E la relazioni erotiche tra insegnanti e studenti avranno altre ramificazioni, uno degli studenti invaghendosi di un altro insegnante, che lo ricambia con timore). Non si pensi tuttavia che “The history boys” sia un dibattito civile in forma di testo teatrale (un tipo di drammaturgia che ha dato anche risultati alti). Quel che prevale è un sentimento di idealizzazione struggente per quel periodo labile della vita che va tra la fine dell’adolescenza e l’inizio dell’età adulta. Un topos ricorrente nel finale di tanti film è quello per cui ci viene raccontato cosa diventeranno, da adulti, i personaggi che ci sono stati presentati ragazzi. Qui, tale rassegna, drammatizzata – sono gli stessi personaggi che, interrogati, descrivono le loro professioni -, anche se il futuro degli studenti, con una tragica eccezione, premierà in genere le loro capacità, ha un che di straziante, perché avvertiamo che il loro momento di grazia svanirà presto. E la scelta di uno di loro di essere insegnante in un liceo, la si può leggere come il rifiuto di rompere definitivamente i legami affettivi con un’età della vita.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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