Cronache Imperiali. Al Gore, candidato a non candidarsi.

di Maria Luisa Rossi Hawkins, da New York

Da quando, nel 2000,  perse per un soffio la Casa Bianca,  il  mondo intero ha potuto osservare che anno dopo anno il peso specifico di Al Gore è lievitato a dismisura, proprio come il suo conto in banca  (del quale,  però non vi è  traccia all’occhio del comune cittadino).  Al Gore, vicepresidente  riflessivo e collega  intellettuale nonché compagno altolocato del  sanguigno presidente Clinton,  nonostante gli anni trascorsi da quel lontano novembre del 2000, sembra ancora non aver imparato la lezione. Rimane un uomo rigido e dalle maniere goffe  e, pur rivendicando  grandi rivincite personali rispetto a  quell’infausto autunno di conteggi e riconteggi, rimane nella memoria di tutti il povero candidato perdente.  Continua ad aggirarsi per il paese dimenandosi fra un talk show, una conferenza e una presentazione non come il  paladino di una nuova era ma come lo sconfitto delle elezioni del 2000.  Come ha lui stesso più volte ripetuto pubblicamente, Al Gore non si è mai  riavuto dal colpo subito  allora e, seppure formalmente  latitante dalla politica, in tutto questo tempo si è impegnato parecchio nel recupero di se stesso alla ricerca di  una  gradibilità e di fondi  che lo rendano papabile per la nomination democratica. Ma ad ogni sua apparizione sembra allontanarsi sempre più speditamente dalla realtà del suo paese e dalla  prospettiva di concorrere alle presidenziali. Gore parla spesso in pubblico ma non affronta mai temi di attualità, problemi tangibili come immigrazione, criminalità, social security; preferisce proiettarsi nelle promesse del cyberspazio, nelle tematiche transnazionali, nei  nuovi teoremi della democrazia, in riflessioni talmente grandi da rimanere impalpabili ai comuni mortali che rimangono quaggiù sulla terra calda ed inquinata che lui ben conosce, poveri esseri umani immeritevoli fruitori  dei suoi profetici prodotti commerciali.

Per anni Gore  ha lavorato in buona compagnia alla  stesura del documentario “An inconvenient Truth,” un lavoro titanico, diligente, presuntuoso, profetico ma noioso,  proprio come lui.  L’ha fatto anche per vendicarsi  dopo i rancori diffusi nel suo partito, che non gli ha ancora perdonato  la sconfitta  subita da Bush.  Gore ha dovuto ingoiare la sua amarezza e quella del suo elettorato, che per anni gli ha rinfacciato di aver abbandonato Clinton proprio all’ultimo,  disdegnandone consigli e sostegno e  consegnando così il paese al suo avversario. Negli anni successivi alla sconfitta Al Gore si è perso d’animo, ma ha anche lavorato molto. Un anno a Columbia per insegnare giornalismo, poi il documentario che gli  ha consegnato  l’ammirazione e i soldi di  Hollywood pronta ad impalmarlo ad ogni passo.  Ha  salvato se stesso dalla depressione e  nell’impeto  sta facendo lo  stesso per il pianeta. Ha fondato una televisione, diversi gruppi di studio, si è cimentato con i guru di internet nel diffondere il messaggio della democrazia partecipativa ed ora, nuovo tomo alla mano, è determinato a ridefinirne i parametri  umiliati dalla banalità dei media in generale e della tv in particolare. 

Il suo ultimo libro,  “The assault on Reason”, è un esercizio importante, in cui lunghe frasi involute si fanno largo fra  mille definizioni circostanziate. Ma non  è un libro per tutti quello di Gore, anche se l’ex vice presidente  è proprio con tutti che ce l’ha – sopratutto con la stampa. Un’altra opera titanica,  un’ altro esercizio di terapia collettiva dell’ex vicepresidente, che continua a illudere i suoi fedelissimi e i delusi del partito democratico  che un giorno, in occasione di una presentazione di un libro, di un film, di un documentario, di una iniziativa stellare, forse annuncerà finalmente la sua candidatura alla presidenza.  Ma se da una parte  continua a mantenere alta l’attenzione del pubblico, dall’altra lo umilia ogni singola volta tradendone le  aspettative.  Come se volesse convincere continuamente gli  americani  della grande occasione persa quando non lo elessero per quei pochi voti  alla Casa Bianca.  Ma  in realtà non furono gli americani a perdere in quell’occasione, il colpevole fu  solo lui che, allora  come oggi, era un candidato assente, un concorrente latitante, ,  una grande promessa non mantenuta.


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