“Mio fratello è figlio unico” di Daniele Lucchetti

Di Gianfranco Cercone de Lucia

Il film si basa sulla seguente scommessa: raccontare un tratto di storia italiana – precisamente gli scontri che dal dopoguerra fino agli anni Settanta e oltre, contrapposero gruppi di estrema sinistra e di estrema destra – attraverso il rapporto di odio e amore tra due fratelli cresciuti a Latina; uno, comunista, l’altro, almeno in un primo tempo, fascista. Si può comprendere subito il rischio dell’operazione: non è difficile, forse impossibile, riassumere in due soli personaggi quel complesso di pensieri e di sentimenti che indusse tante persone a schierarsi in uno di quei due raggruppamenti politici? Tuttavia, l’equilibrio, ma anche la deliberata limitatezza dell’impostazione, fa sì che il film non tenti nemmeno una sintesi storica, e nemmeno voglia troppo approfondire i moventi di un conflitto sociale. Quel che ci viene presentato è il caso medio di due esponenti qualsiasi della loro generazione, nelle cui scelte di campo politico gioca anche la casualità (in particolare, il fratello fascista si iscrive al MSI spinto, sembra, dalla rivalità con il fratello maggiore, più benvisto in famiglia e più fortunato con le donne), ma che pure, da quelle scelte, saranno spinti verso il dramma e la tragedia (uno dei due, finirà, e cadrà, tra le fila dei terroristi “rossi”). Dall’impostazione deriva il tono del racconto: non sostenute interamente da forti, o perspicue, ragioni, le azioni di lotta dei due protagonisti ci sembrano intemperanze giovanili, colpi di testa, ora viste con simpatia (nel caso dei gruppi di sinistra), ora perdonate con indulgenza, ma sempre allontanate da un velo di scetticismo. Non parteggiando e non immedesimandoci profondamente con nessuno dei due personaggi, gli episodi del racconto sfilano ai nostri occhi come una serie di quadri storici viventi (le assemblee del Sessantotto, dove si suona Beethoven, in chiave rivoluzionaria; gli assalti dei missini contro le assemblee dei cineasti al teatro Eliseo di Roma, eccetera), che divertono, e impressionano favorevolmente per la naturalezza e la persuasività della ricostruzione; e a cui assistiamo con distacco emotivo. La sensazione complessiva che lascia il film è che entrambi i contendenti si siano lasciati travolgere da un conflitto irreale (salvo nel finale, quando il fratello sopravvissuto, come raccogliendo il mandato ideale dell’altro, organizza da solo un’azione di “disobbedienza civile”: sequestra le chiavi delle case popolari, che per ragioni di inefficienza o di corruzione tardavano a essere consegnate, e le distribuisce lui stesso ai loro legittimi destinatari). Qualche parola sui due attori principali: se Scamarcio ha l’aspetto e i modi di un eroe da fotoromanzo proletario (e dunque “falso” proletario), Elio Germano incanta per la verità e la duttilità della sua interpretazione. Sembra di intravvedere la nascita di un grande attore.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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