Interviste – Della Vedova / Conflitto di interessi, non sia un ricatto

di Dimitri Buffa
L’Opinione 8 maggio 2007 pag. 4
“Il conflitto di interessi? Non può essere usato come arma di ricatto politico su Berlusconi a intermittenza. A me sembra un problema interno alla coalizione dell’attuale maggioranza perché qualcuno deve dimostrare di avere fatto qualcosa di anti berlusconiano, ma i nodi della politica e dell’economia non si possono risolvere così”. Benedetto Della Vedova dei Riformatori liberali incarna da sempre l’anima più libertaria, insieme a Marco Taradash, della casa delle libertà. In questa intervista Della Vedova dice la sua a proposito delle privatizzazioni all’italiana, del caso Telecom, delle banche amiche e ovviamente della new entry nel dibattito, cioè la legge sul conflitto di interessi che, unitamente a quella di riforma delle televisioni meglio nota come Gentiloni, sembra destinata a caratterizzare la rissa politica tra i due schieramenti nei mesi a venire.

Onorevole Della Vedova lei cosa legge tra le righe in questa nuova guerra scoppiata tra la sinistra e Berlusconi sulla legge per regolare il conflitto di interessi?
“La sinistra è sempre alla presa con i propri riti e il suo conflitto di interessi consiste nel fatto che le leggi che fa non servono alla collettività ma solo agli apparati politici. Con Berlusconi e la legge contra personam che si sta mettendo in cantiere, unitamente alla riforma Gentiloni sulla tv, non si rende un servigio al paese ma si cerca di dimostrare di avere fatto qualcosa di anti berlusconiano che nell’immaginario dell’Unione oggi, e del futuro partito democratico domani, sta prendendo il posto del “fare qualcosa di sinistra.”

In che senso?
“Che si insista oggi sul conflitto di interessi perché c’è Berlusconi dopo che negli ultimi tredici anni ha fatto per due volte il presidente del consiglio governando per oltre sei anni, di cui cinque tutti di seguito, assomiglia più a una giustificazione a posteriori del perchè la sinistra con lui ha sempre perso le grandi battaglie politiche che a una vera necessità del paese. Sarebbe più logico creare nuove leggi dopo che questa fase sarà passata, dopo tutto Berlusconi non è eterno come nessuno di noi e si potrebbe anche attendere il suo ritiro dalla politica attiva invece che costringerlo a questo con una legge che spaccherà in due il Paese”.

Ma è più in conflitto un imprenditore che con i propri soldi voglia fare politica o un politico che voglia fare impresa con i soldi della collettività?
“Questa è la classica domanda da cento milioni di euro. L’Italia intera si dibatte in mezzo a questo dilemma.”

L’Italia potrà mai diventare un paese liberale?
“Nel dibattito politico non ci sono novità e io non so se questo è un bene o un male. Tutto procede sulla falsa riga della vicenda Telecom, che è il paradigma del sistema economico italiano.”

Cioè?
“Da una parte uno stato che ha formalmente, ma solo formalmente, rinunciato alla gestione diretta delle aziende,
e in particolare di questa azienda, ma che in fin dei conti non accetta fin in fondo questa scelta, e questo vale soprattutto per il centro sinistra che però non ha la forza di teorizzare e fare un intervento diretto, dall’altra c’è un sistema industriale che dal punto di vista dei grandi operatori perde pezzi invece che acquisirne e un sistema finanziario che è tutto imperniato sulle banche. Poi manca il coraggio di assumersi le responsabilità: ad esempio nessuno nel governo Prodi dice chiaramente “Telecom ce la ricompriamo noi”. Si cercano soluzioni di compromesso, si sondano le intenzioni della contro parte politica, in questo caso Berlusconi, e si trova sempre un alibi per non volere privatizzare fino in fondo, ora adducendo l’italianità come valore, ora parlando di reti e di strategie, ma di fatto con l’obiettivo di portare a casa un risultato statalista senza darlo a vedere.”

Ma sono le banche a dettare l’agenda alla politica o viceversa?
“Le banche in Italia sono le uniche istituzioni finanziarie solide e quindi le uniche a possedere dei soldi. Su loro pesa il peccato originale delle fondazioni e della legge Amato che di fatto le ha messe in mano alla politica che allo stesso tempo tiene in pugno le sorti delle imprese. Questo corto circuito determina tutte le scelte industriali e di fatto limita il libero mercato. E le fondazioni dalle banche non sono mai uscite, perché, anche se non sono più gli azionisti di maggioranza, di fatto sono gli enti che determinano la politica economica delle banche e condizionano i comportamenti dei grandi operatori anche nel settore delle privatizzazioni come stiamo vedendo con Telecom e Alitalia. L’esempio calzante per fare capire come funzionano le cose è la telefonata di Padoa Schioppa al presidente delle Generali: un ministro del Tesoro che chiama il capo delle assicurazioni più grandi d’Italia dicendogli che gradirebbe un intervento è la nostra maniera di intendere il libero mercato. E queste cose si pagano, perché poi un giorno le Assicurazioni Generali chiederanno al governo un favore che non potrà essere rifiutato. E questo favore sarà a danno della concorrenza.”

Perché in Italia non esistono fondi che operano come quelli stranieri?
“E’ una conseguenza di quanto detto prima, in Italia non c’è posto perchè tutto è in mano alle banche. E altri operatori non si azzardano a intervenire perché la politica e i monopoli, o oligopoli, di fatto che si sono creati non lo permetterebbero. Così il circolo vizioso si chiude anche con le mancate privatizzazioni di quei beni dello stato che permetterebbero di ridurre il debito e che invece oggi come oggi di fatto lo accrescono per quanto costano gli interessi bancari che ci vogliono per tenerli in vita. E’ il caso di Alitalia, ma anche di tantissime altre realtà e i lamenti sull’italianità perduta sono tutto fumo negli occhi.”


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