“The good shepherd – L’ombra del potere” di Robert De Niro

Di Gianfranco Cercone de Lucia

Quand’è che un personaggio è bello, cioè artisticamente compiuto? Forse, quando offre una doppia visuale di sé: la prima, quella esteriore, è l’immagine nitida e dettagliata di uno dei tanti individui possibili che l’umanità ha prodotto e continuerà a produrre; la seconda ci fa scorgere, come sostrato profondo di quell’immagine, la sua vita interiore; ciò che, dall’intimo, determina quell’aspetto, quei gesti, quelle scelte di vita. Ciò promesso, possiamo dire che l’Edward Wilson che Robert De Niro elegge a protagonista del secondo film in cui si cimenta da regista, sia un bel personaggio? Va detto che Wilson è una spia americana; e che, dal suo punto di vista, vediamo percorrere qualche lustro della storia degli Stati Uniti: dalla seconda guerra mondiale, quando è addetto, sul suolo tedesco, alla contropropaganda nazista; alla fondazione della CIA, al tempo della guerra fredda; fino al tentativo di invasione americana di Cuba e del suo fallimento. E’ stato notato che la materia storica è troppo ampia e complessa per essere condensata in un solo film, sia pure lungo circa tre ore. Ma “The good shepherd” non ha la pretesa di riferirla; la sintetizza in pochi punti cruciali, di comprensione piuttosto agevole anche per lo spettatore di poca memoria storica; il centro focale del film restando il personaggio principale, sul quale quegli eventi si riflettono, provocando, al tempo stesso, l’avanzamento della sua carriera, e l’espressione della sua personalità. Ecco, appunto, la personalità. Se c’è un tratto che nell’immaginario cinematografico e comune, caratterizza il tipo della spia, è l’imperscrutabilità. Non deve la spia, per obbligo professionale, dissimulare le proprie intenzioni? E anche rispetto ai suoi amici, non deve porre metodicamente uno schermo di diffidenza, per scrutinarli come possibili traditori? Ora, questo abito professionale può essere un ostacolo anche per il narratore che voglia penetrare nella cittadella della sua vita interiore. Vuoi perché l’autocontrollo rigoroso, quasi ossessivo, può reprimere e alla lunga soffocare sul nascere ogni sentimento sincero, come la pietà nei confronti di amici sacrificati e lasciati uccidere in nome della ragion di Stato; vuoi per l’abitudine ad assistere e a pianificare i peggiori crimini, senza scomporsi; vuoi per la necessità di tenere a distanza anche le persone amate, perché non abbiano accesso ai propri segreti; fatto sta, che quella cittadella rischia di desertificarsi, e l’uomo di ridursi del tutto alla propria funzione sociale. Robert De Niro ci racconta un personaggio così rudimentale, lasciandoci nel dubbio se si tratti di un carattere artisticamente abortito, o di un realistico moncone umano. Eppure, ad attestare la complessità del suo protagonista, c’è l’ambivalenza di sentimenti che ci suscita: alla fine, non ci ripugna, e non riusciamo a biasimarlo del tutto, emanando il magnetismo degli uomini che hanno una forte, totalizzante vocazione; riconoscendogli comunque l’idealismo, di chi, tradendo ogni ideale, agisce per difendere il proprio paese.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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