“Il mio paese” di Daniele Vicari

Di Gianfranco Cercone de Lucia

Un giovane regista, Daniele Vicari (già autore di “Velocità massima” e di “L’orizzonte degli eventi”) si è dato il compito di girare un documentario – prodotto con il sostegno della CGIL – sulle trasformazioni economiche nell’Italia odierna, in particolare osservandone gli effetti sulla vita dei lavoratori, dal Sud al Nord d’Italia. Compito difficile, un regista non essendo un sociologo, affidandosi d’abitudine al proprio intuito e all’osservazione diretta di casi particolari, più che a statistiche e a descrizioni generali; ed essendo poi la realtà presa in esame, proprio perché in trasformazione, sfuggente e contradditoria, “un complesso inestricabile di passato e di futuro”, come afferma il commento. Dalla sua, Vicari aveva un modello eccellente, un film di Joris Ivens, “L’Italia non è un paese povero”, commissionatogli alla fine degli anni Cinquanta da Enrico Mattei, nel quale il celebre documentarista olandese percorreva l’Italia dal Nord al Sud, scoprendone le sacche di arretratezza (con immagini così dirompenti che la Rai si rifiutò di mandarlo integralmente in onda). Citando scene del film di Ivens, Vicari può mettere a confronto luoghi e personaggi dell’Italia di allora, con gli analoghi di oggi. Cosa si evince dalla nuova indagine e dal raffronto? Il Sud si è industrializzato, ma nello stesso tempo l’ambiente è deturpato dagli stabilimenti industriali quanto dall’abusivismo edilizio. E la crisi dell’industria sospinge i lavoratori a mestieri antichi, come quello del pescatore. Nascono nuove piccole imprese, come ad esempio, in Basilicata, quella di un produttore di olio artigianale, che esporta perfino in Giappone e negli Stati Uniti, ma che avverte con preoccupazione la precarietà della propria attività (Perchè? Per l’inevitabile incertezza di ogni attività imprenditoriale, o per mancanza di una politica di sostegno?). La ricerca scientifica, ad esempio quella svolta negli stabilimenti laziali dell’Enea circa nuove fonti di energia, è sottopagata, e soffre in generale della scarsezza di sovvenzioni pubbliche. Gli investimenti nel campo delle arti e della cultura sono considerati come uno dei rimedi alla crisi di alcuni settori industriali, come il tessile a Prato, insidiato anche dalla concorrenza cinese, dove un imprenditore, che pure è riuscito a non smantellare il proprio stabilimento, dirige con impegno un grande museo di arte contemporanea. Recupero di industrie dismesse, grazie a investimenti tecnologici e a una nuova mentalità imprenditoriale; incentivi a piccole e medie imprese; maggiori investimenti nella ricerca scientifica: ci sembrano queste le principali terapie contro la crisi suggerite dal film, che non indulge al lamento. E’ indubbia la serietà con cui Vicari ha condotto la sua indagine, come l’interesse e la vastità del materiale raccolto. Tuttavia, una riserva ci sentiamo di rivolgergliela. Guardando i brani, molto belli, e pressoché inediti, del film di Ivens, inseriti ne “Il mio paese”, riscontriamo una vivacità nell’osservazione delle espressioni, dei gesti, delle abitudini di vita dell’umanità raffigurata, che non ritroviamo nel suo film; più sensibile ai dati paesaggistici, ma che, per essere, come è giusto, rigoroso, tende anche ad essere ascetico, a sacrificare all’illustrazione dei problemi, il gusto, più libero e disinteressato, di dipingere la vita.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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