Referendum elettorali: Breve storia del ‘porcellum’- di Peppino Calderisi

http://www.geocities.com/capitolhill/lobby/3958/images/cald-01.jpgDomani, martedì 24 aprile, in abbinamento a Libero, sarà distribuito il volume “O di qua o di là, perché Sì ai referendum elettorali�?, a cura di Vittorio Feltri e Renato Brunetta, con articoli di Augusto Barbera, Peppino Calderisi, Daniele Capezzone, Davide Giacalone, Giovanni Guzzetta, Ida Nicotra e Mario Segni. Di seguito ‘Breve storia del porcellum’ di Peppino Calderisi Come si è arrivati al cosiddetto “porcellum�?? Una breve ricostruzione di quanto avvenne al momento del varo della nuova legge elettorale, verso la fine del 2005, e una disamina delle ragioni che portarono – o costrinsero – il centrodestra a quella scelta, è molto utile anche per comprendere meglio ciò che è oggi in discussione sul tema fondamentale (anche se sempre più noioso) della riforma elettorale. Facciamo allora un passo indietro fino al 10 settembre del 2005. Fino a quel giorno le proposte di modifica della legge elettorale all’esame della Commissione Affari costituzionali della Camera riguardavano solo la correzione di alcune aberrazioni del Mattarellum. Il testo base predisposto dal presidente della Commissione on. Donato Bruno, in qualità di relatore, prevedeva infatti due sole misure: la prima era l’abolizione dello “scorporo�?, il famigerato meccanismo che puniva la coalizione che vinceva troppo collegi (una sorta di “castigo di maggioranza�? che spingeva entrambi gli schieramenti ad aggirare questa norma con il ricorso alle “liste civetta�?); la seconda era la semplificazione della scheda elettorale, in modo da farla risultare meno oscura e più corrispondente alla realtà della campagna elettorale vista dagli elettori, cioè una campagna fortemente bipolare, ma anche decisamente multipartitica (sostanzialmente sarebbe stata la stessa scheda elettorale, relativamente molto semplice, con cui si è votato lo scorso anno, e che ha contribuito alla sensibile riduzione delle schede bianche e nulle). Con quelle modifiche al Mattarellum la partita elettorale sarebbe stata ancora più aperta di quanto non si sia poi rivelata il 9 aprile 2006 (occorre infatti considerare che, con il sistema dei collegi uninominali, a parità di consensi sul piano nazionale, il centrosinistra “spreca�? molti più voti nelle regioni “rosse�? di quanti ne “sprechi�? il centrodestra in quelle “azzurre�?, come dimostrano le simulazioni effettuate trasferendo i voti del 2006 nei vecchi collegi uninominali, anche se le simulazioni sono sempre da considerare con cautela). Ma proprio per queste ragioni, l’Udc di Follini e Casini, che già da tempo contestava la leadership berlusconiana, si opponeva a quelle modifiche del Mattarellum. Supportata dalle grande stampa avversa al Cavaliere, l’Udc martellava da mesi il leader del centrodestra e pretendeva, anche a costo della rottura, un sistema elettorale a base proporzionale. E se Follini agitava la richiesta solo strumentalmente, Casini badava al sodo, voleva proprio ottenere il risultato, coltivando un disegno molto lucido e preciso basato su due tappe: ottenere prima delle elezioni del 2006 una legge elettorale su base proporzionale, anche se ancora di tipo bipolare per l’esistenza del premio di maggioranza; poi, dopo le elezioni, abolire anche il premio di maggioranza e tornare ad un sistema proporzionale puro, più o meno come quello in vigore prima del referendum del 1993. L’Udc persegue questo obiettivo mascherandolo con il nome di “sistema tedesco�?, ma a denunciare come funzionerebbe in concreto questo sistema, se malauguratamente fosse importato in Italia, è stato proprio un esponente dell’Udc come Carlo Giovanardi. Se ancora non dovesse essere chiaro, Casini parla di “sistema tedesco�? non per migliorare il nostro bipolarismo, senza dubbio imperfetto, ma semplicemente per abbatterlo: vuole un sistema nel quale i partiti non devono più dichiarare prima del voto alleanze, premier e programma e nel quale, pertanto, la scelta del governo non è più affidata agli elettori, ma ai partiti dopo le elezioni. Insomma, un sistema per avere “le mani libere�? , per consentire ad un “partito di mezzo�? come l’Udc, con il suo 5 o 6 per cento, di essere l’ago delle bilancia e poter scegliere dopo il voto se allearsi con il centrodestra oppure con il centrosinistra, puntando per questa via alla conquista della Presidenza del Consiglio. Era evidentemente diverso il convincimento di Casini nel 1999, quando sostenne insieme a Fini – e diversamente da Berlusconi – il referendum per abolire il riparto proporzionale del 25 per cento dei seggi, che fallì il quorum per una manciata di voti (in realtà a causa dei morti e fantasmi iscritti nelle liste elettorali degli italiani residenti all’estero). Allora Casini voleva abolire la conta dei voti sui simboli di partito, anche sul proprio partito, per dar vita ad un sistema basato principalmente su due grandi forze politiche, una di centrodestra, l’altra di centrosinistra, ciascuna capace di raggiungere almeno il 35-40 per cento dei consensi, unica strada per realizzare quel bipolarismo maturo che caratterizza le maggiori democrazie europee. C’è da chiedersi perché, proprio ora che la costruzione di queste due grandi formazioni politiche è più che mai sul tappeto e riceve il grande sostegno degli elettori, Casini abbia cambiato rotta e perché nel 1999 sostenesse quel referendum mentre ora è tra i principali avversari del nuovo referendum elettorale che ha la stessa identica finalità. Sinceramente non sappiamo rispondere a queste domande, e non vogliamo credere né che allora Casini sostenesse il referendum solo perché Berlusconi era contrario, né che nel frattempo Casini si sia convinto di non avere “le physique du rôle�? per conquistare la carica di premier attraverso il consenso degli elettori, e di poter fare affidamento, per tale conquista, solo sulle proprie capacità di manovra nel Palazzo. Ma tornando a quel 10 settembre 2005, possiamo ora comprendere perché il Presidente della Commissione Affari costituzionali fu costretto a riaprire i termini, già scaduti, per la presentazione di nuovi emendamenti e ad abbandonare il testo base delle modifiche al Mattarellum che aveva elaborato nei mesi precedenti, anche con il concorso dell’opposizione. Forza Italia e Alleanza nazionale erano state costrette a cedere alle pressioni e alle minacce di rottura di Casini, forte anche del ruolo e dei poteri (sostanzialmente di governo) che il Regolamento della Camera impropriamente conferisce al Presidente dell’Assemblea di Montecitorio, per assicurare speditezza ed evitare impasse all’iter parlamentare delle leggi. Il cedimento di Fi e An si spiega anche, ma in misura minore, per la sottovalutazione di una parte dei parlamentari delle chance di vittoria che il centrodestra avrebbe avuto con il Mattarellum (soprattutto se modificato con il testo dell’on. Bruno). Se questa è la sintetica ricostruzione del modo con cui Casini ha ottenuto la prima tranche della riforma elettorale che persegue con tanta tenacia, vorremmo evitare di dover scrivere fra qualche tempo la storia dell’approvazione della seconda tranche, a completamento dell’opera. Ne abbiamo già avuto le avvisaglie durante la recente crisi del governo Prodi, quando D’Alema e Rutelli hanno aperto a Casini proprio sul sistema tedesco. Né va trascurato il sostegno offerto a questo sistema da parte del partito di Bertinotti, guarda caso nuovo Presidente della Camera. E’ forse allora il caso di approfondire la conoscenza di questo sistema così tanto evocato, esaminando come è fatto, come funziona in Germania e come funzionerebbe se importato in Italia. Il sistema elettorale tedesco è proporzionale puro, salvo lo sbarramento. Ciascun partito presenta le proprie candidature per metà attraverso liste bloccate e per metà nei collegi uninominali-maggioritari a turno unico, ma il 100 % dei seggi è attribuito in ragione proporzionale in base ai voti ottenuti dalle liste di partito. Gli elettori esprimono due voti, ma solo il voto per le liste determina quanti sono gli eletti per ciascun partito, compresi quelli nei collegi uninominali. Il voto per i candidati nei collegi uninominali serve solo a determinare (in parte) quali sono gli eletti (tecnicamente il sistema tedesco è definito “proporzionale personalizzato�?). Se in base al calcolo proporzionale un partito ha diritto, ad esempio, a 100 seggi e ha vinto 60 collegi uninominali, avrà diritto ad altri 40 eletti nelle liste. Vige pertanto il meccanismo dello scorporo che in Germania non viene mai eluso (diversamente da quanto accaduto in Italia con il Mattarellum). Se in un Land un partito vince un numero di collegi uninominali maggiore del numero di seggi ad esso spettanti in base al riparto proporzionale, mantiene quei seggi in più. In tal caso il numero dei seggi complessivi aumenta in modo corrispondente (la possibilità di seggi in sovrannumero, comporterebbe in Italia una modifica costituzionale). Affinché un partito sia ammesso al riparto dei seggi deve superare la soglia del 5% dei voti, oppure vincere almeno 3 collegi uninominali. Essendo proporzionale puro (salvo sbarramento), il sistema elettorale tedesco “fotografa�? la realtà esistente. In Germania ha finora fotografato la realtà di un sistema già bipolare per ragioni storiche, culturali e costituzionali. La messa fuori legge dei partiti estremisti negli anni ’50 ha infatti favorito la formazione di due grandi partiti (Cdu e Spd), ciascuno attorno al 40 % dei consensi, su cui si è finora basato il bipolarismo tedesco. Solo i leader di questi due partiti concorrono alla carica di cancelliere (Liberali e Verdi non sognano neppure di coltivare questa ambizione). Però, dopo l’unificazione, è bastato l’accesso al Bundestag di un quinto partito, il Pds (comunisti dell’Est e socialisti di sinistra), per mettere in crisi il sistema: infatti né Cdu più Liberali né Spd più Verdi raggiungono la maggioranza assoluta dei seggi, né – d’altro canto – i socialdemocratici accettano di allearsi con la sinistra estrema. Importato in Italia, il sistema elettorale tedesco, non darebbe affatto vita ad un bipolarismo come quello tedesco, ma segnerebbe la fine del bipolarismo, fotografando la frammentazione del nostro sistema politico. Innanzitutto, lo sbarramento del 5% potrebbe essere facilmente eluso attraverso aggregazioni elettorali che si scindono dopo il voto oppure attraverso il gioco delle desistenze consentendo a soggetti minori di vincere almeno 3 collegi uninominali. Non solo: con l’elusione dello scorporo (utilizzando simboli diversi nell’uninominale e nel proporzionale) i seggi assegnati in sovrannumero rischierebbero di accrescere il numero dei parlamentari fino al 50 per cento in più (in totale oltre 900 deputati e 450 senatori). Ma, anche ammesso (e non concesso) che non si verifichi alcuna elusione o aggiramento della clausola di sbarramento e dello scorporo, in Italia il sistema elettorale tedesco darebbe rappresentanza ad almeno sette partiti (Alleanza Nazionale, Forza Italia, Lega Nord, Unione dei democratici cristiani e di centro, Democratici di sinistra, La Margherita, Rifondazione comunista). Senza alcun incentivo ad aggregarsi o a coalizzarsi, ogni partito si presenterebbe da solo, senza dar vita ad alleanze pre-elettorali e gli elettori non potrebbero scegliere direttamente il governo. Come si è detto, gli esecutivi si formerebbero solo dopo il voto, in Parlamento. In particolare, non avrebbero interesse a stipulare accordi pre-elettorali i partiti che si collocano nel mezzo del continuum destra-sinistra dell’elettorato, disponibili a formare governi sia di centrodestra che di centrosinistra, con l’obiettivo di dar vita, alla ricostruzione del “Grande centro�? o, comunque, al “partito di mezzo�?: Questo disegno potrebbe essere coltivato non solo dall’Udc, ma anche da una parte della Margherita e dall’Udeur. D’altro canto, Rifondazione comunista avrebbe un peso politico considerevole, con rappresentanza parlamentare consistente anche nel caso di non partecipazione al governo (del resto, Bertinotti ha detto che “restare al governo non è la bussola di Rifondazione�?). Potrebbe “satellizzare�? Comunisti Italiani e Verdi e dar vita, anche con il correntone Ds, ad una formazione di sinistra antagonista capace di oltrepassare il 10 – 12% dei voti. I Ds dovrebbero rinunciare alla prospettiva del Partito democratico o ridursi a farlo solo con i cattolici di sinistra della Margherita, rischiando di rimanere schiacciati tra centro e sinistra antagonista. Ma è il costo che D’Alema è sembrato disponibile a pagare, aprendo al sistema tedesco durante la crisi del governo Prodi, pur di impedire il ritorno al governo di Berlusconi. Anche la Lega potrebbe avere convenienza al sistema tedesco che la svincolerebbe da alleanze pre-elettorali, assicurandole comunque una rappresenta parlamentare. Insomma, c’è molto da vigilare affinché l’epilogo della interminabile transizione italiana non ci porti, come nel gioco dell’oca, al punto di partenza. L’abbandono del bipolarismo che il sistema tedesco comporterebbe costituisce lo scenario peggiore tra quelli che si profilano all’orizzonte. Il referendum mira ad impedirlo, e basterebbe questa ragione per sostenerlo con determinazione. Ma il referendum punta più in alto, vuole migliorare il sistema vigente o, se possibile, riformarlo in profondità. Molto schematicamente, nel primo caso rimarremmo comunque nell’ambito di un sistema basato sul premio di maggioranza. Certamente il passaggio da un sistema basato su coalizioni composte da tante liste ad uno basato su liste unitarie di coalizione darebbe un duro colpo alla frammentazione, ma dobbiamo comunque essere consapevoli che non sarebbe così superato uno dei limiti di fondo dell’attuale bipolarismo, cioè la tendenza a mettere insieme il maggior numero di soggetti politici tra loro eterogenei, al fine di vincere le elezioni, anche se a scapito della governabilità. Il secondo scenario è invece quello più difficile e ambizioso di una riforma capace di migliorare fortemente la qualità del bipolarismo, ad esempio attraverso un sistema elettorale come quello spagnolo (sistemi elettorali basati sui collegi uninominali, purtroppo, non sembrano più all’ordine del giorno della politica italiana). Il sistema spagnolo è proporzionale senza premio di maggioranza, ma con forti effetti maggioritari perché basato sulla dimensione limitata delle circoscrizioni e sul metodo d’Hondt, senza recupero nazionale dei resti. Pertanto è un sistema fortemente bipolare, capace di favorire l’aggregazione delle forze politiche omogenee e di ridurre drasticamente la frammentazione, senza lasciare spazio alla ricostruzione del centro. E’ inutile nascondere la nostro preferenza per il sistema spagnolo (dopo il sistema anglosassone). Ma con i tempi che corrono, non è affatto da disprezzare neppure la strada dei miglioramenti del sistema vigente basato sul premio di maggioranza, battendosi perché tali miglioramenti siano i più profondi e significativi. Ora, però, urge la raccolta delle firme, perché è chiaro che senza referendum non avremo miglioramenti di sorta e, anzi, rischiamo un pauroso ritorno all’indietro. Come recita la campagna di comunicazione dei referendum, se vogliamo avere un sistema con meno partiti e più riforme, occorre metterci la firma.


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