Cronache Imperiali. Chariots of Fire

Di Maria Luisa Rossi Hawkins da New York
Quando all’inizio dello scorso dicembre il vice-premier Rutelli si recò alla Casa Italiana della New York University, per una amichevole conversazione, non mostrò solo tutta la sua tempra sfidando il traffico natalizio della città per recarsi Downtown, ma si avventurò li dove nessun pacifista aveva mai osato prima d’ora – dichiarando guerra ai furti delle opere d’arte italiane custodite nei principali musei privati americani. Il Getty di Los Angeles, il Metropolitan di New York, il Museo di Boston – annunciò il vice-premier – sarebbero caduti sotto i colpi inferti da un governo che, sappiamo bene, non si ferma davanti a nulla per riavere i suoi ostaggi catturati in guerra o comprati in tempo di pace. Proprio un bel proponimento, di cui questo governo non può vantare la totale paternità, ma accolto comunque con sincero compiacimento da un pubblico di nostalgici simpatizzanti della causa italica. “Abbiamo i nostri mezzi” disse Rutelli in quell’occasione, sogghignando in una lingua non bene identificata, a chi gli chiedeva come avrebbe portato a termine questa nobile crociata. “Ne vedrete delle belle, il Met ci dovrà restituire il carro etrusco” ribadì il al pubblico sorridente. E il mattino dopo incontrò Philippe de Montebello, storico direttore del Metropolitan Museum of Art di New York, che, dopo mesi di anticamera, sotto Natale, accettò di incontrarlo.
È difficile indovinare cosa si dissero i due ma alla fine dell’incontro Rutelli sorrideva contento per poi dirigersi di gran carriera verso l’aereo militare ricolmo di familiari. Era Natale e la manovra sembrava perfetta. Togliere agli americani per dare agli italiani, un colpo di genio per il nostro Robin Hood dalle camicie di Brooks Brothers pronto a scagliarsi con tutta la sua forza contro de Montebello. Ma questi ha invece continuato imperterrito a curare l’allestimento del nuovo padiglione del Met, proprio come da programma. È Pasqua, e Rutelli, congresso alle porte, ribadisce al pubblico italiano il suo intento di riavere la biga, mentre oltre oceano il carro della discordia viene disposto per la prima volta dopo i restauri, in tutta la sua fulgente bellezza, nella nuova ala dedicata all’arte ellenica, romana ed etrusca. È splendido, protetto da una bacheca di cristallo sulla balconata che si affaccia sui nuovi saloni del museo che apre le porte al pubblico venerdì 20 Aprile.
Si sgonfiano così i venti di gloria di Rutelli sotto l’aria artica di questa gelida primavera newyorkese. Guerriero sconfitto solo per ora – dice – orgoglioso artefice di una manovra poco brillante ma perfetta in questo momento di plateale antiamericanismo generalizzato. Orgoglio nazionale, dignità offesa, integrità, patriottismo, tutto recuperabile con una sola dichiarazione di guerra all’America amica che, insiste Rutelli, deve restituire il carro etrusco anche se comprato 100 anni fa, prima ancora che esistesse una legge che dirimesse la materia. Lui, stratega invincibile, ha sempre scelto bene i suoi nemici, schivando i più ostici e perniciosi e allontanandosi dalle insidie delle vere battaglie. Sorvola, il ministro della cultura. sull’esodo di falangi di ricercatori italiani in questo paese, decine di migliaia di persone che prestano la loro opera intellettuale lontano dalla madre patria, e sottovaluta anche davanti ad un ateneo che ne è ricolmo l’emorragia di cervelli italiani che tutti i giorni salpano verso lidi più propizi per le proprie imprese intellettuali – una perdita irrecuperabile e sopratutto definitiva, altro che le opere d’arte del Metropolitan! Sguaina la spada e rivuole la biga così ben restaurata, il nostro Vegezio, la vorrebbe strappare per sempre alle grinfie di un’America che però, nel caso di questa opera, come in quello dei ricercatori italiani, recupera, onora e valorizza sempre il suo bottino di guerra.


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