Telecom, con la Rete di Prodi non si pesca nulla

Di Benedetto Della Vedova, da www.loccidentale.it

Finalmente, il Commissario Europeo per l’informazione e i media Viviane Reding ha chiamato il Ministro Gentiloni e la discussione su Telecom e sulla sua rete fissa è tornata con i piedi per terra. Se il Governo vuole continuare la “guerra allo straniero” dovrà cambiare registro. Malgrado non siano pochi i politici e i commentatori che hanno salutato favorevolmente il “via libera” dell’Ue, da parte della Commissione è arrivato una sonora bocciatura. Il tanto vagheggiato “scorporo” è derubricato ed è divenuto una “separazione funzionale” da negoziare con il gestore, sulla base di una normativa europea che, in materia, non detta alcuna ricetta precisa.

Il tanto auspicato “decreto” è archiviato, perché la controparte negoziale del proprietario della rete è il regolatore (l’Authority per le telecomunicazioni) e non il Governo. Due a zero. E palla al centro. Ma la partita non è finita. Sia pure con altri mezzi, nell’esecutivo si tenterà di tornare a interferire con la trattativa in corso sulla quota di controllo di Olimpia, per determinarne in qualche modo gli esiti. Magari utilizzando come alibi il pur ragionevolissimo “modello inglese”, sponsorizzato, tra gli altri, dal Presidente della Commissione Attività Produttive della Camera, Daniele Capezzone.

La questione della rete, oggi, per come viene presentata da alcuni esponenti del governo, è una falsa questione e un puro alibi per l’interventismo del governo. Dieci anni fa, al momento della privatizzazione, la maggioranza (sostanzialmente coincidente con quella attuale) decise che il problema della proprietà e della gestione della rete fissa non esisteva. Fummo in pochi, allora, a suggerire di separare la rete, proprio perché ritenevamo che il processo di privatizzazione di Telecom potesse così più agevolmente integrarsi con quello di liberalizzazione dei servizi telefonici, riducendo la potenziale capacità di interdizione dell’ex monopolista nei confronti dei concorrenti. Ma quella scelta, che allora non fu fatta, non può essere fatta oggi solo perché la rete fissa rischia di andare in mano agli “americani”. Anzi, per ragioni tecnologiche e di mercato questa situazione, così tanto temuta, è assai meno pericolosa di quella che conseguirebbe da una più o meno surrettizia “ri-nazionalizzazzione” della rete.

Dal punto di vista tecnologico la rete fissa è un asset fondamentale, ma non fondamentale come 10 anni fa. Sui servizi di tlc il futuro vedrà uno sviluppo di reti wireless, che ridurranno sensibilmente la centralità della rete fissa. Non verrà meno la sua importanza e in particolare  quella del cosiddetto “ultimo miglio”, il cavetto di rame che arriva nelle nostre case; ma si accrescerà la concorrenza tra le reti. La parità di accesso per tutti gli operatori alla rete dell’ex monopolista resterà comunque un fatto rilevante, ma è semplicemente comico che il centrosinistra abbia tollerato senza colpo ferire gli abusi di mercato che il controllo della rete ha consentito alle varie Telecom con targa italiana dell’ultimo decennio e non ne tolleri oggi il rischio – semplicemente il rischio – in una Telecom a targa straniera.

Va detto al contrario che la proprietà straniera libererebbe finalmente il regolatore dalla sudditanza psicologica – chiamiamola così – che ha in qualche misura contraddistinto la sua azione nei confronti dei campioni nazionali gestori per un decennio di Telecom e della sua rete, con il plauso, l’accordo o la complicità della “politica”. Avere dei “padroni della rete”, che non dipendono in alcuna misura dalle scelte di Palazzo Chigi e Montecitorio e – per capirci –  non hanno quote di proprietà di giornali, e che mantengono il grosso del business fuori dal Belpaese, renderà più libero e più forte anche il regolatore. Vogliamo comunque dare maggiori poteri all’Autorità? Bene, diamoglieli. Ma per rafforzarne il ruolo sul mercato, non per farne una longa manus della politica, o uno degli strumenti della rinnovata “politica industriale” del Governo. Ovviamente, temiamo che nella maggioranza siano assai pochi a condividere questa lettura. Prevarrà il populismo di chi dopo avere espropriato l’Agcom dei suoi poteri propri in materia di controllo e trasparenza sulle tariffe telefoniche, vorrà affidargli poteri impropri di gestione o cogestione della rete fissa. Prevarrà la demagogia del Ministro Gentiloni, ridotto, non sappiamo se per miopia sua o della sua coalizione, ad essere un  clone tardivo del Ministro Mammì e costretto  a guardare alle Tlc e ai media per quello che erano 20 o 10 anni fa, e non per quello che saranno fra 3 o 5 anni (la volontà, palesemente e solo politica, di ridurre per legge il fatturato di Rai e Mediaset è emblematica). Prevarrà, alla fine, la logica impicciona e “rovatiana” del Presidente del Consiglio, che pensa che l’unico capitalismo  giusto e degno è quello che passa dal “suo” Governo e che tratta con le “sue” banche e i “suoi” consulenti. Ci smentiscano e saremo i primi a compiacersene.

Quanto all’italianità nelle telecomunicazioni, bisogna pur che qualcuno ricordi ai tanti soloni del centrosinistra cosa è%C2


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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