Pena di morte, Taradash: Non mettiamo Abele contro Caino (né l’Europa contro gli Usa).

Un articolo di Marco Taradash per L’Occidentale

Non s’era mai visto. Una marcia promossa da Marco Pannella per costringere il Governo Prodi a mantenere i suoi impegni e promuovere davanti all’Onu una risoluzione che porti alla sospensione della pena di morte è diventata, per un gioco di prestigio dei media e del Governo stesso, una marcia governativa per imporre al Papa di prendere posizione contro la pena di morte. Come se dipendesse dal Vaticano convincere Cina, Iran, i paesi arabi, gli stati comunisti e gli USA della necessità di rivedere le proprie convinzioni. Lo stesso Pannella lo ha ricordato oggi a se stesso e a Massimo D’Alema.
E tuttavia. Già il fatto di leggere, negli elenchi degli stati che conservano la pena capitale diffusi dagli abolizionisti il nome degli Stai Uniti, la più grande democrazia liberale del mondo, accanto a quello di regimi dittatoriali che si servono dei tribunali, dei giudici e dei boia per soffocare sul nascere ogni soffio di libertà, suscita sconcerto, come ha giustamente notato Dino Cofrancesco. Certo, la pena di morte è un male in sé per chi crede doveroso imporre allo Stato dei limiti invalicabili sulla vita individuale, o per chi non ha – a ragione – una fiducia mistica nella giustizia così da ritenere che la verità giudiziaria coincida necessariamente con quella storica, o per chi è convinto che ognuno debba avere la possibilità di ricostruire la propria identità morale anche dopo la più abietta delle azioni. Forse sotto questo profilo è ancora più grave che la pena di morte sia contemplata da un sistema dove vige la rule of law piuttosto che da un regime retto sull’arbitrio.
Ma, se vogliamo dare più efficiacia alla campagna abolizionista, dovremmo essere in grado di differenziare la strategia d’azione e, soprattutto, di comunicazione contro la pena di morte in funzione del sistema di garanzie di cui gode l’individuo in generale e l’imputato in particolare. Se l’errore giudiziario è possibile, e neppure infrequente, perfino laddove, negli Usa, l’imputato può essere condannato solo se la sua colpevolezza sia provata “oltre ogni ragionevole dubbio


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