Still Life di Jia Zhang-Ke

Di Gianfranco Cercone de Lucia

L’allegoria, come è noto, è la descrizione di una realtà che allude a un’altra realtà, non direttamente nominata. In “Still life” (il film vincitore del Leone d’Oro all’ultimo festival di Venezia) il regista Jia Zhang-Ke, racconta in effetti una realtà particolare e concreta: vale a dire la distruzione dell’antica città di Fengije, in vista della costruzione di una diga, per la quale finirà interamente sommersa. Intorno all’evento, l’autore raccoglie alcuni episodi e alcune notazioni di vita, in genere del tutto verosimili: i parenti degli abitanti sfollati che vanno alla ricerca dei loro congiunti; i vecchi che non vogliono abbandonare le loro case e vi sono obbligati anche con la violenza; le inefficienze degli uffici pubblici nella gestione dell’impresa, e così via. Ma descrivendo questo spaccato di vita, che avrebbe potuto dar luogo a una specie di documentario o a un film neorealista, Zhang Ke ha anche l’accortezza di sfumare i contorni dei fatti, di esasperare alcune tinte (ad esempio, il motivo della demolizione delle case), di introdurre elementi surreali o stravaganti, misteriosamente simbolici (una costruzione moderna che si innalza in volo come un’astronave, un equilibrista che cammina sul filo sospeso tra due palazzi). Così un quadro di vita realistico, si trasforma in una visione: ci lascia l’impressione di trovarci di fronte a una specie di antiinferno, dove le anime dannate sono traghettate verso una pena che non conoscono, ma alla quale sembrano già rassegnate. Privi del conforto di una vera abitazione, ammassati in antri diroccati, gli uomini si danno a traffici clandestini (fra i quali, la compravendita delle donne), si abbandonano alle violenza, si rallegrano dei modesti proventi delle loro malversazioni, come i cellulari, orgogliosamente esibiti come segni di modernità. A questa umanità da sottosuolo, presiedono i grandi ingegneri, dall’alto delle loro belle terrazze panoramiche. L’originalità e il fascino del film, è in uno sguardo, che osservando in modo vivo e intelligente i dati della realtà, li manipola quel tanto necessario perché significhino qualcosa di più ampio della loro letteralità. Certamente Zhang Ke, parlandoci della valle del fiume Yangtze, ha voluto raccontarci la Cina contemporanea: il disorientamento dei suoi abitanti, tra il passato e la modernità; la violenza di uno Stato, che, per la realizzazione dei propri programmi, non esita a schiacciare i diritti degli individui; il contrasto fra l’immagine propagandistica della realtà, e il malessere e la corruzione diffusi; le nette, anche se denegate, differenze di classe.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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