Vade retro,piercing

Da La Stampa.it

Quando ti racconta il suo ultimo colpo – un piercing lungo quanto una scheda Usb – ti vien voglia di dirgli: ma dai, ora l’hai sparata grossa! Non glielo dici e Daniele Venturi, il presidente dei Papaboys italiani, insiste: «Ce l’aveva un tizio enorme, era appena uscito illeso da un incidente proprio davanti al Colosseo. Erano le quattro di notte, noi passavamo di lì…». Di fronte a un racconto così, o riattacchi il telefono o vai a vedere. L’appuntamento Appuntamento per venerdì sera, alle dieci. Daniele, il terrore dei piercing, viene da un rosario di un’ora e mezza – «lo recitiamo tutti i venerdì» – e si presenta in vestito scuro e cravatta. Più adatto a una serata in una discoteca «soft» che a una caccia ai metallari di Roma. Per fortuna lo accompagnano due amici: Moreno, anni 21, studente di Radiologia con un paio di jeans rotti al punto giusto e Francesco, anni 22, studente di Lettere poeta e romanziere a tempo perso, riccioli fin sopra gli occhi. Durante i primi venti minuti di giri a vuoto nelle strade di Roma si viene a sapere che entrambi quest’autunno hanno abbandonato i loro orecchini nelle mani di Daniele e sono entrati a far parte anche loro dei Papaboys. Fabio, il segretario della sede romana, aveva un piercing, ma anche lui si è arreso a febbraio. Tra amici, passanti e conoscenti vari, negli ultimi sei mesi a cedere sono stati un migliaio. I loro ex-staus symbol giacciono in un cassetto dell’associazione: li fonderemo e li trasformeremo in un cuore per la Madonna. I più cari, quelli degli amici veri, li conserva nel portafogli. Sono sei o sette tra orecchini e spunzoni di metallo, il più lungo quello conquistato durante l’incidente al Colosseo. «Si chiama Patrizio, mi ha lasciato il numero di telefono, proviamo a chiamarlo…». Patrizio non risponde, e noi giriamo da troppo tempo. Sosta in un bar, tavolini esterni, vista sulla chiesa di Santa Maria Maggiore e un tempio evangelico, in mezzo il traffico di via Merulana. Sono le undici passate: la caccia ai piercing appare sempre più improbabile, quando lungo il marciapiede avanza un gruppo di ragazzi. Daniele ha l’occhio ormai allenato, si alza. «Ma guarda tu, che cosa hai qui…» dice a una ragazza indicando uno spunzone ben appuntito piazzato sotto il mento. La comitiva comprende due ragazzi. Uno un po’ mingherlino ma alto, con brillantini ovunque. L’altro dalle spalle massicce, il mento prominente e un orecchino luccicante. Daniele, oltre ad avere un completo scuro e la cravatta, non è quel che si dice «un fusto». «Niente paura, ragazzi, non le faccio nulla, vi fidate? Venite, sedetevi con noi, vi offriamo da bere». L’approccio Invece di spaccargli la faccia e proseguire, il gruppo obbedisce. E Daniele ricomincia: «Ma ti rendi conto? Come ti chiami?» Christine, risponde la ragazza. E’ romena ma vive da un po’ di anni a Roma, fa la ballerina. Mentre parla, Daniele avvicina la mano al suo labbro. «Dai, che bisogno hai di un buco così? Sei troppo caruccia!» Poi, rivolto agli altri: «E voi? Che ci fate con un buco sulla faccia?» Il mingherlino ride: «Io il mio piercing non me lo tolgo nemmeno per diecimila euro!». Quello dal mento prominente, scuote la testa: «Non se ne parla proprio!». Daniele prende sotto braccio il mingherlino. Passeggiano per un po’, chiacchierano a bassa voce di qualcosa come se si conoscessero da anni, poi si siedono di nuovo, questa volta uno accanto all’altro. Nessuno ha pagato nulla, se non una birra, ma il giovane prende il piercing fra le dita e lo svita. Daniele tende la mano e la richiude con il bottino. Poi si volta verso Moreno: «Segnati il suo numero di telefono, viene a giocare nella nostra squadra di calcio!». Christine sorride e si scosta i capelli dalla fronte: appaiono due piercing e un orecchino. Sommati a quelli dell’altro lato fanno sei brillantini e spunzoni. Daniele si siede accanto a lei e le sussurra qualcosa all’orecchio. Poi, come un pifferaio magico, inizia a sfilare pezzettini di ferro. Quando li ha in mano prende una custodia di plastica marrone da una tasca e la mette nelle mani di Christine: «Per te, è un rosario». Poi, ancora a Moreno: «E domani sera organizziamo una cena tutti insieme!» All’una di notte siamo ancora lì nel bar con vista sulla chiesa di santa Maria Maggiore. Gli altri sono andati via, nelle tasche di Daniele c’è un etto di ferretti in più, nelle loro tasche rosari, libretti di preghiere. «Sai qual è il problema? Che a volte basta un segno di attenzione, ed è fatta…» Daniele, ma perchè hai dichiarato guerra ai piercing? «Per andare contro tutto quello che questo mondo impone a questi giovani, per farli sentire nel mondo ma liberi, non vittime della moda, dell’omologazione, per far trovare loro una strada che poi è quella della verità». Ma i rosari? «Non vogliamo creare dei combattenti di Cristo e questa non è una crociata nè una campagna. Dietro un piercing, c’è una richiesta di affetto, un desiderio di fare gruppo. Loro ci danno il piercing e noi gli offriamo il nostro gruppo… Che cos’erano in fondo Gesù e gli apostoli se non un gruppo di amici?». I papaboys combattono i piercing, ma la Chiesa anglicana li ha usati per invitare i giovani ad andare in Chiesa facendo stampare manifesti che dicevano: «Body piercing? Gesù lo fece già 2000 anni fa» (la crocifissione)». L’iniziativa ha sollevato non poche polemiche in Inghilterra. I tradizionalisti hanno reagito sdegnati: Colin Hart, direttore del Christian Institute, ha detto che si presenta «un falso Cristianesimo, ed è blasfemo paragonare la crocifissione al piercing». Le pubblicità sono una creazione del dipartimento della comunicazione della Diocesi di Birmingham. «Un rappresentante della diocesi si è giustificato dicendo che bisogna parlare ai giovani con il loro linguaggio».


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