Come si creano posti di lavoro

Di Francesco Giavazzi, dal Corriere della Sera

Fra il 1980 e la metà degli anni Novanta l’economia americana ha creato 26 milioni di nuovi posti di lavoro, 11 in più dell’Europa, intendendo per Europa i dodici Paesi che hanno adottato l’euro. Questo è un fatto noto. Meno noto è che nei dieci anni successivi, tra il 1995 e il 2006, Europa e Stati Uniti, nonostante la retorica della «nuova economia» americana e del declino europeo, hanno creato lo stesso numero di posti di lavoro: 18 milioni ciascuno. In Europa quasi metà di questi nuovi posti (oltre 7 milioni su 18) è stato creato in Spagna, un numero tre volte maggiore dei posti creati in Italia. La trasformazione del mercato del lavoro spagnolo è soprattutto il risultato di una straordinaria crescita della partecipazione, cioè del numero di persone che prima erano fuori dal mercato del lavoro e oggi lavorano o cercano attivamente un lavoro. In un decennio il tasso di partecipazione maschile è cresciuto in Spagna di 9 punti, dal 62 al 71 per cento. L’aumento è ancor più straordinario fra le donne: 13 punti in più, dal 46 al 59 per cento. Dieci anni fa solo il 40 per cento degli uomini spagnoli tra i 60 e i 65 anni d’età era ancora attivo nel mercato del lavoro: oggi sono uno ogni due. La partecipazione è aumentata anche fra i 55 e i 60 anni: 4 punti in più fra gli uomini, 12 fra le donne. Quando l’occupazione cresce tanto rapidamente, la produttività ne soffre perché il rapporto fra capitale e lavoro scende ed entrano nel mercato del lavoro anche persone con livelli di istruzione inferiori rispetto a chi già lavorava. E infatti la produttività del lavoro in Spagna scende da dieci anni. Ma la crescita dell’occupazione ha più che compensato la caduta della produttività. E così gli spagnoli, diversamente dagli altri Paesi dell’euro (tranne l’Irlanda), in dieci anni hanno ridotto la distanza che li separava dagli Stati Uniti: nel 1995 il reddito medio spagnolo era solo il 60 per cento del reddito medio americano; oggi è il 70 per cento. Vi sono due modi per crescere: aumentando la produttività di chi già lavora, o portando più persone nel mercato del lavoro. È evidente che se oltre a lavorare di più si è anche più produttivi, la crescita accelera: è il caso dell’Irlanda dove ormai il reddito pro capite ha superato quello della Svizzera. Ma troppo spesso le discussioni sulla crescita partono dall’assunto che non si cresce se non si investe di più in tecnologia e innovazione, e finiscono con la richiesta di sussidi pubblici alle università e alle attività di ricerca e sviluppo. L’esperienza spagnola dimostra quanta strada si possa fare semplicemente lavorando di più. Osservata da questa prospettiva l’Italia ha un potenziale di crescita ancor maggiore della Spagna, per il semplice motivo che lavoriamo di meno. Il nostro tasso di partecipazione è oggi quello che era in Spagna dieci anni fa. È uguale al tasso messicano e fra i Paesi dell’Ocse solo in Turchia la partecipazione al mercato del lavoro è più bassa che in Messico e in Italia. Ogni 100 persone in età di lavoro in Italia sono occupate, o cercano attivamente un lavoro, 17 meno che in Svezia. Non solo la partecipazione è straordinariamente bassa, ma recentemente (per gli uomini) è ulteriormente scesa. Nella fascia d’età tra i 50 e i 60 anni partecipano 3 uomini su 100 in meno di quanti partecipassero dieci anni fa; 2 su cento in meno fra i 60 e i 65 anni. Partecipano meno che in Spagna anche i giovani, soprattutto quelli fra i 25 e i 29 anni, e le donne in ogni fascia d’età: fra i 25 e i 29 anni, 8 ragazze spagnole su 10 lavorano o cercano attivamente un lavoro. Sono solo 6,4 in Italia. La maggior parte dei nuovi posti di lavoro creati in Spagna sono contratti a tempo determinato, che ormai rappresentano il 30 per cento di tutti i posti. Davvero vogliamo imitare la Spagna ed allargare ancor più il numero di lavori «precari»? Un posto stabile è senza dubbio meglio di uno a tempo determinato e l’insicurezza dei lavori precari è certamente all’origine di molti guai delle nostre società, ad esempio il fatto che i giovani attendono a lungo prima di formare una famiglia e non nascono più bambini. Ma la soluzione non può essere l’eliminazione dei lavori a tempo determinato. Non può esserlo perché l’alternativa a un lavoro precario è nessun lavoro, non un lavoro stabile. L’industria — che tradizionalmente creava lavori «stabili» — si sta gradualmente spostando verso Paesi a più basso costo della mano d’opera. Nei ricchi Paesi dell’Occidente i nuovi posti di lavoro si creano nei servizi, sia quelli che richiedono qualifiche elevate (la finanza, l’informatica, l’istruzione) sia quelli che al contrario non richiedono qualifiche particolarmente elevate, ad esempio nel turismo. È qui che nascono i lavori precari. Ma impedirli non significa trasformare quei lavori in lavori stabili: significa semplicemente farli sparire. La soluzione è la mobilità. I giovani, e non solo loro, sempre più troveranno posti precari: il problema è come aiutarli ad uscire dal circolo vizioso del precariato. Questo richiede mobilità sociale, cioè meritocrazia e buone scuole. L’Ocse studia i sistemi scolastici di vari Paesi confrontando le capacità degli studenti che frequentano scuole del medesimo grado. Una dimensione interessante di questi confronti riguarda la capacità dello studente di risolvere un problema relativamente semplice, ad esempio programmare una vacanza in diverse città, cercando il percorso più efficiente. Il punteggio medio dei ragazzi italiani è 470, a fronte di 550 per i ragazzi finlandesi. Tra i Paesi dell’Ocse, solo i ragazzi greci ottengono, in media, un punteggio inferiore. Negli Stati Uniti i cosiddetti «poveri che lavorano» spesso hanno frequentato scuole secondarie disastrate. E infatti nelle classifiche Ocse gli studenti americani risultano solo marginalmente migliori dei nostri. Anziché illudersi di eliminare i lavori precari o investire denaro pubblico in ambiziosi progetti di alta tecnologia, occupiamoci piuttosto delle scuole.


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