“Guida per riconoscere i tuoi santi” di Dito Montiel

Di Gianfranco Cercone de Lucia

Mi si passi una banalità: ogni racconto ha sempre una struttura logica. La serie di fatti che lo costituisce è concatenata per lo più attraverso il principio di causalità, cosicché la conclusione è il prodotto di una serie di fattori che, nello sviluppo, si allineano o si sommano. Per esempio: a voler riassumere in due parole la storia di “Guida per riconoscere i tuoi santi” si potrebbe dire: “Un adolescente cresciuto in una zona degradata del quartiere di Queens a New York, vista la povertà, la mancanza di buone prospettive di lavoro che gli offre il suo ambiente – e, soprattutto, sofferta la diffusa criminalità del quartiere, parte per la California, dove farà fortuna come scrittore”. Intorno a questo spunto, non è difficile immaginare e ordinare una serie di fatti che servano a giustificare la decisione di partire del protagonista. Come l’incontro a scuola con un ragazzo venuto da fuori, più fine dei suoi amici abituali; incontro da cui nasce la fantasia di vivere altrove, di fondare con il nuovo compagno una band musicale. Progetto che sarebbe forse rimasto un sogno, se le vicende della vita, precipitando dal dramma alla tragedia, non lo avvalorassero: il protagonista subisce un’aggressione da parte di un portoricano, l’aggressione viene vendicata da un amico violento; e di ritorsione in ritorsione, ci scappa il morto. Si aggiunga una lite in famiglia più accesa del consueto, e la scintilla scocca, necessaria come per una legge fisica: il ragazzo d’impulso fa i bagagli, lascia il padre, la madre, gli amici, la ragazza, e non si farà più rivedere nel quartiere per quindici anni. Ma se la logica è necessaria al racconto, capita a volte che lo inaridisca, riduca gli ambienti e i personaggi alla funzione che sono chiamati a ottemperare, a scapito della loro complessità e ambiguità; diventi il lasciapassare della banalità. Non è il caso però del bel film d’esordio (in parte autobiografico) di Montiel. A scompaginare la logica narrativa, c’è qui un fattore originale. Il ragazzo, divenuto ormai un uomo adulto, riceve una telefonata, che lo informa che suo padre è malato. Al più presto, deve tornare a trovarlo. L’evento riattiva la sua memoria, e i fatti della sua adolescenza sono raccontati attraverso il suo ricordo. Spesso, al cinema, il flashback non è che una convenzione; e i fatti narrati tra le sue parentesi sono esposti secondo lo stesso metodo consequenziale degli avvenimenti oggettivi e presenti. Qui invece le scene sono allineate secondo un ordine più arbitrario, che a volte disorienta lo spettatore. Ma soprattutto, fuoriuscendo dai binari del racconto, acquistano una loro autonomia descrittiva, come fossero quadri viventi. E ci fanno credere alla loro verità. Penso, ad esempio, alle scene in cui la ragazza del protagonista è seduta sul davanzale della sua finestra al primo piano, le gambe nude distese sul cornicione, proprio sopra la grande insegna di una Grocery (drogheria), e l’inquadratura totale mostra la quieta animazione della sera, per la strada e intorno al negozio: dove l’inferno urbano cede a un momento di dolcezza (che corrisponde non a caso a un ricordo d’amore). O si veda con che cura sono scelte le comparse, mai casuali, reperti di un’archeologia della memoria. O si noti anche come, nel calore delle strade, nei giorni e nelle notti d’estate, sono resi i corpi, spesso svestiti, dei ragazzi, rendendo percepibile la febbre del sesso, che può trasmutarsi nell’impulso alla violenza. La nostalgia e l’indulgenza di un uomo maturo si mescola all’insopportazione di un adolescente; e nel quartiere di Queens, come in ogni realtà, il male si dimostra inestricabile dal bene.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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