Convegno sulla Giustizia, la relazione dell’avv. Oreste Dominioni.

Di seguito la trascrizione (a cura di Loredana Fossaceca, non rivista dall’autore) della relazione dell’avv. Oreste Dominioni, presidente dell’Unione Camere Penali, al convegno dei Riformatori Liberali “Giustizia, No alla Controriforma” tenutosi l’8 marzo scorso.
Oreste Dominioni – 8/3/2007
Io comincerei un qualche ragionamento partendo dalle ultime considerazioni svolte da Giorgio Spangher, che mi trovano del tutto consenziente e che semmai hanno bisogno di essere precisate e inquadrate in un panorama di visione istituzionale e verificate poi nel concreto delle singole questioni.
Giorgio, il problema oggi è ancora più che mai un problema di divisione dei poteri e a mio giudizio e a giudizio dell’Unione delle Camere Penali  può essere enunciato in questi termini: non è tanto questione se la Magistratura sia rossa, sia piena di toghe rosse, come in modo, mi pare, troppo insistito e non preciso è stato detto in questi anni. Il problema è che la Magistratura è un potere politico. Questo è il problema ed è ancora peggio che non vi sia divisione di poteri: è che la Magistratura si è sostituita al potere politico e lo condiziona. La questione dei magistrati fuori ruolo è tutta qui. Perché la Magistratura tiene molto ad un grosso numero, un grosso pacchetto di magistrati fuori ruolo? L’Unione delle Camere Penali l’ha denunciato da tempo, ne ha fatto un tema specifico del proprio congresso di Ancona dell’ottobre 2006. Questo dei fuori ruolo è un pacchetto molto importante per l’ANM perché se ne serve per mandare in missione nelle istituzioni politiche esponenti della Magistratura distribuiti secondo una lottizzazione che rispecchia i rapporti di forza dentro l’ANM vengono mandati in missione nelle istituzioni per lì fare le scelte politiche in luogo dei responsabili istituzionali e per condizionare le loro scelte. Questo è il dato molto grave. E noi dell’Unione delle Camere Penali al congresso di Ancona abbiamo assunto questo tema come fondamentale e determinante di tutto. Perché diversamente, se non affrontiamo questo problema e non lo denunciamo e se non lavoriamo via via a contenere e ridurre il fenomeno, noi faremo la figura ancora per chissà quanto tempo di quel tale che lottava contro i mulini a vento. Ma cosa volete che noi si riesca a condurre battaglie per un ordinamento giudiziario allineato alle democrazie occidentali quando un ordinamento giudiziario di questo tipo non va bene, è avversato, è una cosa orrenda per l’ANM? Quando poi l’ANM condiziona il potere politico che deve fare questo ordinamento e riformarlo. Stesso discorso per il codice di procedura penale. L’ANM, noi continuiamo a dirlo, è portatrice di una cultura autoritaria, ma non in termini generici o che so io. E’ portatrice di una cultura autoritaria perché su tutti i temi fa scelte politiche che, guarda caso, allignano negli ordinamenti autoritari.
Ordinamento giudiziario. Giudice e pubblico ministero secondo l’ANM devono stare dentro una medesima organizzazione e devono essere della stessa natura perché la concezione é che la funzione giudiziaria è unica, funzione di decidere o di accusare che sia, queste due semmai sono due sottofunzioni di un’unica funzione di autorità giudiziaria; e per questa ragione devono stare assieme e questo è un assunto di ordinamenti di marca autoritaria. Che cosa vuole da sempre l’ANM? Un codice non fondato sulle parti ma un codice di tipo misto, cioè a dire quello fondato sul giudice istruttore, e questa è una scelta propria degli ordinamenti autoritari. E possiamo andare avanti su tutti i temi per cogliere in modo assolutamente chiaro che questa è la cultura dell’ANM. Abbiamo a che fare con un associazionismo della Magistratura che è portatore di una cultura autoritaria.
Qualche tempo fa il segretario generale dell’ANM a un certo punto mi ha rimproverato: “Ma Lei continua a dire che noi siamo portatori di una cultura autoritaria!”. Io gli ho detto: “Scusi, non è mica colpa mia, è colpa sua se mi costringe a dire…”. Questo è un dato descrittivo. Quando si dice che quel soggetto è portatore di una cultura autoritaria non si dà un giudizio di valore ma si fa una descrizione, dopo di che ognuno decide in sede di scelte di valore se nel proprio paese, se nel proprio ordinamento sia preferibile una giustizia fondata su principi autoritari oppure fondata su principi democratico-liberali. Il discorso è questo, messo lì e dopodichè i conti sono regolati. Ma è su questo che devono innanzitutto insistere le battaglie, che non è una battaglia contro la Magistratura ma è una battaglia contro la cultura autoritaria che si è insediata dentro l’ANM e che l’ANM alimenta dentro la Magistratura e dentro il paese.
Allora, vedi Giorgio che bisogna parlare come uno dei fenomeni più pericolosi, ad altissimo potenziale eversivo, della “circolare Maddalena”. Perché il problema è esattamente questo: che con la circolare Maddalena si é osato – e uso il termine “osare” nel suo esatto significato – fare delle scelte di politica penale e giudiziaria, da parte di un magistrato come se fosse una istituzione politica!
Mellini – Cioé si è osato dirlo apertamente.
Rossi – Sì, si faceva già!
Dominioni – Ma questo, voglio dire… scusa Mellini, io credo che prassi così pesanti come sono dettate nella circolare Maddalena non si siano mai viste. Io ho cominciato a ricevere telefonate da avvocati che con sdegno mi hanno detto di avere già per le mani richieste di archiviazione fatte dalla Procura di Torino, fondate ad esempio così: “Poiché non vi è l’utilità di continuare a procedere nei confronti di questo reato”. Hanno fatto praticamente una legge… Io non sono mai stato particolarmente affezionato, anzi del tutto disaffezionato, all’obbligatorietà dell’azione penale come era stata inventata dal Codice Rocco. Il grosso problema dell’obbligatorietà dell’azione penale nel Codice Rocco era che si voleva che per ogni reato, per ogni notizia di reato ci fosse un processo, in quanto quel sistema, sicuramente autoritario, voleva che tutto il potenziale di persecuzione penale disegnato nella legge penale, tutto questo potenziale si rovesciasse nella società. Che non venisse sprecato neanche un grammo di potere di persecuzione. Questa era l’obbligatorietà dell’azione penale nel Codice Rocco. I nostri costituenti, benché avessero, alcuni, non poca vischiosità culturale rispetto alla cultura precedente, (non certo Calamandrei, ma sicuramente Giovanni Leone) la pensavano diversamente. L’obbligatorietà dell’azione penale fatta propria dai costituenti, è il principio della legalità della giustizia. Cioè tutto il funzionamento della giustizia deve essere regolato dalla legge, dal principio di legalità e per l’azione penale questo lo si è sempre chiamato “obbligatorietà”, ma in quest’altro senso e con quest’altra concezione.
Dicevo che, secondo me, è necessario trovare delle strutture che incidano su un concetto rigoroso di obbligatorietà dell’azione penale, perché tutte le società moderne sanno benissimo che per quanto forti siano gli apparati giudiziari mai saranno in grado di far fronte a tutta la domanda di giustizia, che quindi va selezionata con determinati criteri. Ma questo lo deve fare il legislatore! Non lo può fare un magistrato. Perché qui si tratta di decidere se certi reati si perseguono prima di altri, e allora ci si deve dare determinati criteri, che so io quello della tenuità del fatto e via dicendo, ma tutti fondati nella legge. Ma non è possibile che il Procuratore di Torino faccia queste scelte e, che so io, il Procuratore di Milano ne faccia altre, eccetera eccetera. Altri Procuratori, la maggioranza, non lo dicono perché credo che abbiano qualche timore e non hanno la nota spericolatezza del Procuratore della Repubblica di Torino. Allora il panorama che ne esce qual è? Che tutti sono uguali davanti alla legge ma poi c’è la disuguaglianza di fronte ai poteri giudiziari, perché per ogni procura valgono i criteri di persecuzione dei reati che ogni Procuratore si dà. In totale libertà, sganciato da qualsiasi parametro legislativo, da qualsiasi riferimento e da qualsiasi controllo anche da parte del giudice. Perché se si fa richiesta di archiviazione, poi il procuratore della Repubblica va davanti al giudice per ottenere l’archiviazione. Ma se accantona, se decide di accantonare, prende il fascicolo, lo mette lì ed è persino sottratto al controllo del giudice.
Noi come Unione delle Camere Penali martedì siamo stati ricevuti dal Presidente Mancino al Consiglio Superiore della Magistratura e oltre ad aver rappresentato altri problemi, abbiamo depositato un esposto contro la circolare Maddalena. Io sento già molti miei colleghi di università coltivare il pensiero debole e trovare tutte le sofisticherie per dire “mah, in definitiva, questo può essere benissimo fatto… ma può essere anche una cosa positiva perché intanto risolve il problema”. No, questo è un atto di eversione istituzionale, è un magistrato che si fa legislatore.
Noi vigileremo sull’operato del Consiglio Superiore della Magistratura affinché non si risolva tutto dicendo: “mah, il Consiglio Superiore non ha poteri sulle Procure della Repubblica, oramai i suoi poteri sono impoveriti, mah forse c’è anche una sezione disciplinare..


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