Intervento alla Camera di Benedetto Della Vedova sul Decreto Bersani

Signor Presidente, vorrei anzitutto svolgere alcune considerazioni generali e, senza prenderla troppo alla larga, vorrei iniziare da I Promessi Sposi di quel grande liberale cattolico che fu il Manzoni. In particolare mi riferisco al capitolo XII, quello dell’assalto ai forni, che tutti ben ricorderanno. Il personaggio chiave di quel capitolo è Antonio Ferrer, gran cancelliere di Milano durante la carestia del 1628. « Un uomo di carattere » scriveva il Manzoni, come sicuramente uomo di carattere viene considerato – e certamente lo è – il ministro Bersani. A proposito di Ferrer il Manzoni scrive: « Costui vide, e chi non l’avrebbe veduto?, che l’essere il pane a un prezzo giusto è per sè una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla », a produrre cioè l’abbassamento del prezzo del pane. « Fece » – continua il Manzoni – « come una donna stata giovine, che pensasse di ringiovinire, alterando la sua fede di battesimo ». Proprio da questa decisione di Ferrer si arrivò alla rivolta descritta con l’assalto al « forno delle grucce »,  che scaturì dalla decisione successiva della giunta che reggeva il comune di Milano e cioè quella, rivelatasi immediatamente necessaria, di rialzare il prezzo del pane alle condizioni che il mercato prevedeva, anche se non era nei desiderata. « La rivolta si scatenò » dice il Manzoni «perchè la moltitudine, vedendo finalmente tradotto in legge il suo desiderio, non accettò che fosse per celia ». Il calmiere del pane di Ferrer, visto che di questo stavamo parlando, e l’abolizione dei costi delle ricariche telefoniche di Bersani hanno in comune la logica di fondo, ossia un intervento governativo autoritario, teso a correggere per legge la struttura dei prezzi di un settore. Fuor di metafora, siamo di fronte in questo decreto ad un’interpretazione equivoca delle logiche di mercato e del ruolo dello Stato. Nel mercato la competizione tra interessi contrapposti è la dinamica che produce un equilibrio ottimale e nella quale si afferma il principio della sovranità del consumatore.
Ad abbassare i prezzi e a tenerli bassi in un dato settore ci pensano, da un lato, la concorrenza tra imprese rivali e, dall’altro, la promozione della tutela dei propri interessi da parte dei consumatori, che esercitano la propria libertà di scelta. Molto poco desiderabile è quell’intervento dello Stato che mira a sostituirsi ai consumatori nella difesa dei propri interessi e che stabilisce per legge un risultato, sia esso l’abolizione dei costi di ricarica o l’abolizione della penale per l’estinzione anticipata dei mutui, che modifica la struttura stessa dei prezzi e delle clausole contrattuali ed impone determinati obblighi ai produttori o agli erogatori di servizi.
Pensare di liberalizzare l’economia con le imposizioni e con il dirigismo è una contraddizione in termini, colleghi, che tutta la grancassa mediatica a favore del provvedimento della « lenzuolata » di Bersani non può eliminare. E` il frutto di una visione dell’economia ancora interventista, secondo la quale lo Stato può e deve operare con decreto-legge per creare scientificamente ed artificiosamente alcune condizioni desiderate. Come interpretare altrimenti le dichiarazioni rese pubbliche qualche giorno fa dal ministro Bersani quando ha dichiarato: « Se non si muove il mercato, interverremo per legge». Da qui a Chavez, signor Presidente, che minaccia la nazionalizzazione delle macellerie che non si adeguano ai prezzi imposti dal Governo, il passo evidentemente non è così lungo.
Si è detto che il centrosinistra fa quello che il centrodestra non ha fatto, cioè liberalizza. Che il centro destra dovesse fare di più in termini di liberalizzazioni è un fatto. Che il centrodestra abbia fatto molto in settori chiave – penso a quello del mercato del lavoro e a quello del credito – è però un altro fatto, colleghi.
Ma quello che in questa sede voglio contestare (ed è anche la ragione per cui ho presentato le proposte emendative sulle quali tornerò) è che siamo di fronte a liberalizzazioni.
Fatto salvo l’articolo 10, che effettivamente opera un intervento di liberalizzazione, eliminando talune barriere all’ingresso in mercati molto specifici (acconciature, autoscuole, societa` di pulizia; si tratta di liberalizzazione in quanto sono rimosse le barriere all’ingresso nel mercato per le nuove imprese), o il pur contraddittorio articolo 9, relativo alla comunicazione unica per la nascita dell’impresa (sul tema sono intervenuti altri colleghi, tra i quali l’onorevole Fugatti, per spiegare che il problema sta nel modo in cui un’azienda « vive », non nel tempo che impiega per aprire), siamo di fronte ad interventi che con le liberalizzazioni nulla hanno a che fare. Possono essere giusti o sbagliati – secondo me, sono sbagliati nel metodo e nel merito –, ma gli interventi previsti dal provvedimento in esame certamente non possono essere catalogati sotto la voce «liberalizzazioni», se non compiendo un’operazione del tutto strumentale.
Quando pensiamo alle liberalizzazioni, pensiamo alla rimozione dei vincoli alla libera iniziativa economica, pensiamo all’apertura  dei mercati e, per tale via, all’aumento della concorrenza. Quando penso alle liberalizzazioni, penso alla deregulation di Reagan e della Tatcher, non a qualcosa che, nei fatti, assomiglia alle politiche di controllo dei prezzi messe in atto da Chavez in Venezuela. Se poi qualcuno pensa (sicuramente lo pensa Chavez) di riuscire oggi, con l’interventismo, con il dirigismo, con il controllo statale dell’economia, a raggiungere risultati che nel corso del Novecento nessuno ha saputo raggiungere utilizzando i predetti strumenti, staremo a vedere quello che succederà, fermo restando che l’intervento diretto sui prezzi nulla ha a che fare con le liberalizzazioni.
Liberalizzare sarebbe stato – che so? – abolire il valore legale del titolo di studio ed aprire l’universita` alla competizione, scegliere il buono scuola come strumento per consentire a tutte le famiglie, non soltanto a quelle ricche, di mandare i figli a frequentare le scuole migliori, pubbliche o private, in competizione tra loro (quelle pubbliche con quelle private, quelle private con le altre private), oppure intervenire per liberalizzare la contrattazione tra lavoratori e datori di lavoro intervenendo sul contratto collettivo nazionale, o ancora restituire le imposte, in tal modo riconsegnando spazio alla liberta` di iniziativa economica, alle imprese ed ai consumatori.
E` stato detto da piu` parti che la sinistra sostituisce la dicotomia tra capitale e lavoro con quella tra produttori e consumatori, prefigurando, come aveva fatto decenni fa con la categoria ideale dei lavoratori proletari, una sorta di Stato dei consumatori. Corollario di tale logica è l’impostazione punitiva nei confronti di alcuni settori economici: banche, compagnie aeree, gestori telefonici. La logica sottesa al decreto-legge in esame e` la seguente: se l’interesse pubblico è l’interesse dei consumatori – direttamente –, e` ragionevole, nell’impostazione di Bersani, punire chi nel mercato si contrappone ai consumatori, ovverosia le diverse categorie produttive interessate dai provvedimenti del Governo. Anche a tale proposito si potrebbe richiamare il ragionamento del gran cancelliere Antonio Ferrer, il quale sostanzialmente considera: poichè i fornai hanno guadagnato molto, e molto guadagneranno  in futuro, se oggi li bastoniamo un pò, funziona lo stesso!
Se queste sono le liberalizzazioni, se questa è l’accezione che la sinistra dà alle liberalizzazioni, piu` che liberalizzata l’economia italiana va liberata. Non si tratta soltanto di un gioco semantico: la contrapposizione esprime la differenza tra chi sembrerebbe adottare una politica da Stato dei consumatori, figlia diretta della lotta di classe, e chi propone, invece, la riduzione del peso regolatore, soprattutto del peso fiscale dello Stato, ed affida alla concorrenza e alla libertà economica il compito di produrre i migliori effetti per la collettività (che il decreto-legge in esame pensa di poter perseguire direttamente, per decisione del Governo, in questo caso attraverso un provvedimento d’urgenza).
Se poi il Governo pensa di intervenire direttamente a favore dei consumatori, è bene che usi la sua leva, quella che pertiene allo Stato ed al Governo, vale a dire la leva fiscale.
La questione dei telefonini è emblematica e mi spiace che la Presidenza della Camera abbia voluto ribadire, anche in questa occasione, il giudizio di inammissibilità con riferimento ad un emendamento che toccava esattamente e squisitamente la questione di cui parla il decreto.
Veda, signor Presidente, l’articolo 1 si intitola « Ricarica nei servizi di telefonia mobile, trasparenza e libertà di recesso dai contratti con operatori telefonici, televisivi e di servizi internet ». Quindi, la questione della ricarica è riferita ai servizi di telefonia mobile. Signor Presidente Bertinotti, se questo è il titolo dell’articolo 1, a cui lei ha voluto dare una interpretazione burocraticamente intellettuale, mi vuole spiegare perchè e` stato accolto l’emendamento che si occupa dei costi di ricarica per le tessere prepagate per la televisione digitale? Anche questo emendamento, che si occupa di un altro settore, doveva essere dichiarato inammissibile; invece, temo che la scelta sia stata squisitamente politica. Signor Presidente, se si legge la relazione congiunta dell’Antitrust e dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni si può notare che scindere la questione del costo di ricarica dei telefonini da quella della tassa di concessione governativa è un’operazione burocratica, perchè si tratta di questioni intimamente legate non dal punto di vista burocratico, ma dal punto di vista della logica economica e degli effetti congiunti delle due normative.
Come si fa a dire che vi è estraneità di materia di fronte ad un volume ponderoso nel quale le Autorità ci spiegano che le due questioni sono in realtà una questione sola? Da dove deriva l’inammissibilità?
Questo vorrei capire, signor Presidente e la sua risposta burocratica non è soddisfacente! Ritengo si stia commettendo un grave errore, per di più su un tema affrontato con decretazione d’urgenza.
Se poi vogliamo dire le cose come stanno – siamo uomini di mondo – la questione è che la maggioranza, per bocca del relatore, che vuole occuparsi di tale questione perchè ha capito che si tratta di questioni indissolubilmente legate, intende rifiutare al Parlamento la possibilità di esprimersi direttamente nella sede e nel momento appropriati su questo tema.
La questione dei costi di ricarica è assolutamente analoga a quella del pane di Ferrer, perchè lo stesso Ministero dell’economia e delle finanze, in una nota alla Commissione bilancio, ha spiegato che la mancata previsione di una copertura per quella norma deriva dal fatto che ci si attende una rimodulazione delle tariffe, vale a dire un aumento delle tariffe. Questo è l’effetto evidente di una scelta ottusa, perchè il decreto non chiede – come avrebbero potuto fare le autorità indipendenti – una rimodulazione, una proporzionalità o una diminuzione dei costi di ricarica, ma la loro cancellazione. Il Governo pensa che stampare le schede prepagate, distribuirle in tutti gli esercizi commerciali, edicole e tabaccai, pagare l’aggio agli esercizi che le distribuiscono non presenti un costo. Ma almeno i costi vivi di questo servizio li vogliamo riconoscere oppure no?
Questa è la via – come nel caso del pane durante la carestia a Milano – attraverso la quale i costi tariffari necessariamente aumenteranno, salvo che si voglia imporre per legge un tetto anche al fatturato delle imprese che si occupano di telecomunicazione e telefonia mobile, peraltro operando in uno dei mercati universalmente riconosciuti come quelli più concorrenziali esistenti in Italia. Infatti, il mercato dei telefonini – e ne sono la prova le riduzioni delle tariffe – e` uno dei mercati piu` concorrenziali del nostro paese. Anche altri interventi risentono di questa matrice dirigista, come quello relativo alla penale sull’estinzione dei mutui, ma non ho tempo per approfondirli.
Vorrei comunque svolgere un’ultima considerazione, concernente le Autorità di garanzia. Si è deciso, aprendo l’economia italiana e liberandola dal giogo…
Concludo, signor Presidente. Si è stabilito, come dicevo, che fossero le Autorità indipendenti, con i loro strumenti e le loro modalità d’azione, a sovrintendere alla concorrenzialità e ad evitare che si verificassero abusi nel mercato. Voi della maggioranza, in questo modo (vale a dire, attraverso il decreto-legge in esame), trasformate dette Autorità, da una parte, in « uffici studi » che producono il materiale da trasfondere in decreti-legge e, dall’altra, in meri « produttori ». Con questo provvedimento – e concludo, signor Presidente –, state infliggendo un vulnus gravissimo all’organizzazione liberale dell’economia del paese!

Roma, 13 marzo 2007


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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