Cronache Imperiali. Giuliani, conservatore e pro-gay.

di Maria Luisa Rossi Hawkins, da New York
Subito dopo aver annunciato  la sua separazione dalla moglie,   il sindaco di New York non andò a vivere in un residence di Midtown  per businessman solitari,  ma  lasciò  Gracie Mansion, la sua residenza ufficiale  sull’ East River, per trasferirsi  temporaneamente da una coppia di amici gay in un appartamento dell’upper east side di Manhattan.
Questa decisione  riempì le cronache dei giornali locali e regalò a  Rudolph Giuliani una lunga stagione di gradimento da parte della cittadinanza newyorkese da sempre dichiaratamente anticonvenzionale, senza distinzione di  appartenenza politica.
L’episodio  non venne mai completamente dimenticato dall’opinione pubblica americana e, a oltre dieci anni di distanza, viene ripercorso  dai giornali  insieme alle apparizioni del sindaco accanto a Julie Andrews nello spettacolo di  Broadway Victor Victoria, o mentre  travestito da donna scherza davanti al pubblico nazionale di Saturday Night Live, trasmissione cult di satira della rete televisiva Americana NBC. 
 Ma la  solildarietà di Giuliani alla comunità gay  prese toni  ben più tangibili quando nel 1997  il sindaco si fece carico di una legge  che prevedeva una serie di benefici alle  coppie dello stesso sesso che si fossero unite civilmente. Giuliani diventò così il paladino dei gay, il sindaco riconosciuto da tutti come più newyorkese, (cioè irriverente ) che repubblicano (cioè fedele ai rigori di un  conservatore.) e  in base a ciò molti analisti  lo condannarono politicamene a morte.  Avevano torto. Giuliani, pro gay e pro choice, dimostrò l’undici settembre del 2001  che il conformismo ha ben poco a che fare con le capacitàdi leadership di un individuo. Giuliani diventò il punto di riferimento in un momento veramente buio della storia di questo paese assurgendo a figura di spicco nazionale riconosciuta anche per le sue scelte scomode all’interno di un partito conservatore.
A dieci anni di distanza dalle disposizioni firmate a City Hall,  Giuliani non solo non è politicamente morto ma, sondaggi alla mano, è  il più popolare dei candidati repubblicani,  e  l’unico  in grado di battere il contendente democratico,   probabilmente Hillary Clinton
La sua politica pro gay non gli ha impedito di  venire invitato e poi acclamato alla Convention Repubblicana  dove  anche la  figlia  omosessuale del vice presidente  Dick Cheney, Mary,  è apparsa al fianco del padre nella tribuna d’onore proprio con lo scopo di  aprire gli occhi dei repubblicani  più ostili. 
 Per Rudolph  Giuliani la strada della nomination repubblicana sarà lunga  ma i risvolti liberal della sua agenda  non lo danneggerranno  anche se  l’ala ultra conservatrice del partito grida allo scandalo. In effetti sta facendo  per il partito repubblicano quello che ha già fatto per la città, trasformandone sia   l’immagine che la sostanza con poche  mosse strategiche, in pochissimi anni.
Se da una parte Hillary e Obama litigano apertamente per il sostegno e i soldi dei magnati di Holliwood  gay e non, Giuliani  silenziosamente guadagna il supporto dell’elettorato democratico, attratto dal suo coraggio e dalla sua sfaccettatura politica, nei grandi stati tradizionalmente liberal.
Rudy  si pone come una  alternativa plausibile agli elettori democratici insoddisfatti della vecchia politica e delle insensate liti dei  candidati democratici, ancora in  cerca di una  agenda credibile e con alle spalle una serie di tradimenti ideologici.
Mentre Giuliani approvava la legislazione pro gay a New York, l’allora presidente Bill Clinton si rimangiava infatti la promessa elettorale di aprire la carriera militare anche a chi dichiarasse di essere  apertamente gay, partorendo il suo solito compromesso politico  in quella che fu chiamata la  “don’t ask don’t tell policy


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