Profili costituzionali della crisi di governo

Di Enrico Gagliardi

Mercoledì 21 febbraio ore 14,58, al Senato della Repubblica si consuma l’ultimo atto di questo governo. Attraverso le parole di Franco Marini viene, di fatto, formalizzato l’inizio della crisi della maggioranza. La mozione presentata da D’Alema, quella sulla politica estera, non viene approvata per 2 voti: inevitabile arrivare dunque ad un momento di “sofferenza istituzionale”. Determinanti sono stati i voti contrari e le astensioni (che in Senato producono, nei fatti, i medesimi risultati) di determinati personaggi prontamente identificati: alcuni senatori a vita ma soprattutto due persone appartenenti a partiti della maggioranza. Una situazione del genere era ampiamente prevedibile, probabilmente solo una questione di tempo. Un dato è certo comunque: questo governo non è caduto formalmente, cioè non è andato sotto in seguito alla proclamazione di una questione di fiducia (meccanismo che tra le altre cose non trova formalizzazione nella nostra Carta Fondamentale ma che viene comunque utilizzato praticamente da sempre tanto da far pensare alla creazione di una consuetudine costituzionale in tal senso). Dunque chiedere elezioni anticipate non sarebbe giuridicamente plausibile; il problema però rimane ed è anche piuttosto complesso. La notizia è che si andrà verso un Prodi bis anche se qualcuno riteneva più auspicabile un governo di larghe intese. Proprio in relazione a questa ultima ipotesi però vi sono alcune considerazioni da fare: sono tanti i costituzionalisti che ritengono un’opzione del genere poco corretta poiché nei fatti, partiti eletti con una determinata area politica andrebbero a sostenere così la maggioranza dell’opposto schieramento con un evidente vulnus al principio di rappresentanza popolare che la nostra Costituzione solennemente proclama. Lo stesso dicasi per l’ipotesi di scioglimento delle Camere da parte di Napolitano con conseguenti elezioni anticipate: questo potere attribuito dalla Costituzione al Presidente della Repubblica comunque deve essere esercitato (questa l’opinione prevalente della dottrina costituzionalistica) in armonia e di concerto con il Capo del governo il quale deve ovviamente certificare la fine della sua maggioranza parlamentare. Nel caso concreto dunque Giorgio Napolitano rinviando Prodi alle Camere ha fatto una scelta criticabile sotto il profilo politico (con le stesse componenti si rischia fra poche settimane di ritrovarsi al punto di partenza) ma assolutamente prevedibile sotto quello costituzionale (allo stato dei fatti non si intravedevano alternative). A dirla tutta sono anche altri gli aspetti di dubbia legalità che caratterizzano l’intera vicenda della crisi di governo. Basti pensare anche al problema dei senatori a vita che tante polemiche ha suscitato già nell’immediato dopo elezioni quando si era ampiamente capito che la maggioranza dell’Unione al Senato era minima e che dunque abbisognava dell’apporto di queste figure. Tutti sanno infatti che i senatori a vita sono tali non certo per elezione ma perché nominati dal Presidente della Repubblica ex art. 59 della Costituzione; questo ovviamente non esclude la loro possibilità di votare. Nessuno dunque può contestare giuridicamente le posizioni dei senatori a vita (anche se far andare avanti una maggioranza con queste metodologie sembra davvero poco onorevole sotto il profilo politico) ma appare realmente paradossale, se non addirittura ridicolo, che certa sinistra massimalista vada cianciando circa complotti orditi dai poteri forti del nostro paese (frase che rievoca il noto “complotto demoplutogiudaico” di altri tempi) attraverso il voto dei senatori a vita, visto che gli stessi senatori erano ben accetti quando consentivano a questo governo di restare in piedi in più di un’occasione: in quel caso non si ricordano proteste circa ipotetiche trame orchestrate da figure occulte. Queste però sono osservazioni di ordine politico che in una più ampia riflessione squisitamente costituzionale non possono e non devono avere asilo. Ora il governo in settimana si recherà nelle due Camere, dove con ogni probabilità riceverà la fiducia in grado di farlo andare avanti. Costituzionalmente dunque sembra rispettata la prassi in tal senso; in una democrazia parlamentare però grande peso hanno anche le dinamiche politiche che questa volta difettano di razionalità e di una visione di ampio respiro: conseguenze prevedili però quando si decide di intraprendere un percorso elettorale con determinati partiti.


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