Forse il Prof. Rimpiange la ‘riforma sciagurata’ della Costituzione

E se ci fosse stata la nuova Carta voluta dalla Cdl? Il centrosinistra si sarebbe risparmiato un bel travaglio
di Benedetto Della Vedova da Il Foglio del 28/02/07 pag. 2

“Il 25 giugno andrò a votare per dire il mio “no” alla riforma, nella speranza che ci lasciamo alle spalle una pagina infausta della nostra storia”: non andava tanto per il sottile Romano Prodi nell’incitare il “popolo delle primarie” a bocciare nel referendum dello scorso giugno la riforma costituzionale approvata dal centrodestra.
Non ci andavano leggeri i leader del centrosinistra: “riforma sciagurata”, “dittatura del premier”, “rottura dell’unità d’Italia” e altre amenità di questo tenore.
Eppure, se Prodi e i suoi non avessero tenuto quello sciagurato comportamento dettato dal livore antiberlusconiano, oggi ci troveremmo in un’Italia diversa e, almeno sotto il profilo istituzionale, di gran lunga migliore di quella attuale. La colpa grave, infatti, è stata quella di bocciare una Costituzione rinnovata secondo principi largamente condivisi, ancorché infarcita di errori marchiani e incongruenze che potevano essere corrette in seguito senza spargimenti di sangue e con il consenso della CdL.

La stessa crisi attuale, come ci spiegano in molti, istituzionale oltre che politica, assumerebbe un sapore diverso e meno preoccupante.
Intendiamoci: la parte immediatamente operativa della riforma avrebbe riguardato solo il Titolo V, con necessarie e opportune correzioni dello “sgangherato Titolo V del centrosinistra” (Barbera dixit). Ma il quadro si completa se consideriamo cosa sarebbe potuto accadere già dalla prossima legislatura, tra un mese o tra un anno o quando sarà.
Era solo da perfezionare.
Innanzitutto la fine del bicameralismo paritario e il Senato federale. Tradotto: le due camere fanno mestieri diversi senza la assoluta duplicazione di ruolo e funzioni, un unicum italiano, che oggi procura tanti guai. Avremmo inoltre un Primo Ministro (votato dalla sola Camera) col potere di nominare e revocare i ministri e con in mano l’arma “finale” dello scioglimento anticipato della legislatura. L’unica modifica alla attuale legge elettorale che la nuova costituzionale avrebbe necessariamente comportato sarebbe stata poco più che lessicale: si sarebbe dovuto definire “candidato alla carica di Primo Ministro” colui che nelle ultime elezioni era indicato semplicemente come “capo della coalizione”. Di più, nei dodici punti del micro-programma (generico come l’originale) con cui Prodi tenta il rilancio fa bella mostra di sé l’impegno alla riduzione “della spesa legata alle attività politiche e istituzionali (costi della politica)”: la riforma” sciagurata” aveva ridotto i parlamentari. Ovviamente questa era una misura a scoppio ritardato (dopo un’ulteriore legislatura), come è accaduto anche in Germania, ma era già un miracolo aver convinto i parlamentari ad autoridursi. O no?
È ovvio che con i se e con i ma non si va da nessuna parte. Ciò non assolve comunque Prodi dalla sua grave responsabilità di non avere saputo guardare un po’ più in là della punta del proprio naso; di non essere stato capace di superare il suo livore antiberlusconiano e il suo puerile desiderio di rivincita. Il caso (se non vogliamo riconoscere a Berlusconi ciò che politicamente è di Berlusconi) aveva consegnato nelle mani del centrosinistra le chiavi di una riforma costituzionale solo da perfezionare. Invece, ora bisognerebbe ripartire da capo, ed è sconfortante che ad evocare pateticamente una nuova Bicamerale, nel segno delle riforme condivise, sia stato ieri al Senato proprio Prodi: l’uomo che più ha incarnato l’istanza della “guerra totale” alla riforma berlusconiana.
Un leader forte di una democrazia matura – per parlare come parlano i saggi e moderati del centrosinistra, mica come il selvaggio Calderoli che ha coordinato la stesura della riforma – avrebbe rinunciato alla furia distruttrice di quanto costruito dal suo predecessore e con uno scatto di fantasia avrebbe consentito alla Repubblica un indubbio passo in avanti.
E invece no: siamo qui impantanati a discutere di Legge elettorale brancolando in giro per l’Europa (Francia, Germania, Spagna – il mio approdo preferito) senza che nessuno abbia una minima idea di dove si vada a parare. Prodi aveva promesso una “riforma condivisa”, che ovviamente non si farà. Peccato, professore: non solo ci ha portato nel guaio in cui ci troviamo, ma ha anche impedito che la via di uscita fosse già ben indicata.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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