L’autocomplotto del centrosinistra sulla politica estera

Di Tommaso Ciuffoletti

Un complotto! Un complotto dei poteri forti per giunta! Si sono affannati a gridarlo dalle fila di Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, dopo che il voto del Senato di mercoledì ha mandato in crisi il governo. La sfrontatezza veterocomunista di ricorrere alla "retorica del complotto" non si è fermata nemmeno di fronte all’evidenza, anzi! Quasi ci stupiamo che non si sia detto che la febbre che in quei giorni ha tenuto a casa il senatore Oscav Luigi Scalfavo è stata il risultato di un virus elaborato ad hoc dalla Cia e dal Mossad. Tanta arruffata foga di gridare al complotto è in realtà figlia della consapevolezza di aver compiuto un brutto scivolone mentre si faceva, per l’ennesima volta, il delicato e redditizio gioco della disobbedienza governativa. Il giochino che tanto piace agli oppositori che sono al governo e che fino ad oggi erano riusciti a gestirlo in maniera brillante e lucrativa. Lo scivolone ha subito generato una vera e propria ondata di timoroso disorientamento. "L’abbiamo fatta grossa" commentavano fra loro gli esponenti di Rifondazione, rifugiandosi nelle proprie sale del palazzo dei gruppi, mentre fuori nei corridoi gli esponenti degli altri partiti di maggioranza maledivano, più o meno platealmente, la loro progenie. Ma dopo lo sconcerto iniziale, da bravi routinier del paraculismo, gli amici comunisti sono usciti dalla trincea delle proprie sale inforcando il moschetto e mettendo nel mirino i due traditori, pronti ad unirsi a – o meglio a guidare – la battuta di caccia al compagno dissidente. "Irresponsabili", "scellerati", perfino "criminali". Nessun soccorso rosso per Rossi e Turigliatto, questi due sgraditi alieni precipitati per caso tra i banchi del Senato di Rifondazione e Comunisti Italiani. Sì perché a sentire le dichiarazioni di Giordano & co. pareva che i due balordi si fossero infiltrati – come i black block di Genova – fra le pacifiche ed accorte fila dei bravi comunisti. E dire che, con la nuova legge elettorale, le liste fatte dai partiti difficilmente lasciavano spazio all’imprevisto! Ed è qua che il discorso inizia a farsi serio. Serio perché chiama in causa le responsabilità della sinistra liberale e riformatrice (o tale autoproclamantesi) di fronte al proprio elettorato. Dobbiamo infatti essere onesti; per quanto possiamo sfottere i compagni onorevoli e senatori che ancora brandiscono la falce e il martello in salsa ipocrita e strumentalmente terzomondista, non possiamo nasconderci che essi siano l’espressione di un settore ben presente nella società e nell’opinione pubblica italiana e della sinistra in particolare. A loro e alle loro ragioni, i benintenzionati che sempre a sinistra stanno, non hanno mai portato una vera e propria sfida culturale … cosa che potrebbe far legittimamente sospettare delle loro buone intenzioni. Siccome i giri di parole non ci piacciono, lo diciamo chiaramente: i vertici dei Ds – il maggiore partito della sinistra italiana (come amano definirlo i suoi tesserati) – non hanno mai voluto e saputo portare una sfida reale alle ragioni della sinistra comunisteggiante, verdognola e variamente terzomondista. Prendiamo qui in esame il tema della politica estera, ma un ragionamento simile potrebbe valere per molte altre questioni culturali e politiche. Sul pacifismo, ad esempio, si è sempre seguito e mai incalzato con coraggio il popolo dei "senza se e senza ma". E non si tiri fuori la storia del Kosovo per difendere la buona volontà di colui che mercoledì era ministro degli Esteri e allora presidente del Consiglio. Sia ben chiaro che non ce l’abbiamo con D’Alema (anzi, soprattutto nei suoi momenti di sfiga torna ad esserci simpatico), solo che prendiamo il più coraggioso fra i leader diessini per mostrare tutti i limiti di una classe – non molto – dirigente. E lo facciamo usando le parole di Andrea Romano (tratte dall’appena uscito "Compagni di scuola"), che ricorda proprio come "il Kosovo fu spiegato all’opinione pubblica italiana nascondendosi dietro il velo del doppio registro. Da una parte quello della valorizzazione di uno status internazionale accresciuto dalla scelta di partecipare al conflitto, anche indipendentemente da ciò per cui si combatteva e si uccideva […] Dall’altra la fatica di chi ricorreva a vertiginosi equilibri verbali per difendersi dall’inevitabile ondata di proteste levatasi nel paese contro l’intervento: e allora una volta bisognava inventarsi la bizzarria della difesa attiva per giustificare le azioni dell’Aeronautica italiana sulla Serbia, un’altra volta bisognava vantare la singolare iniziativa di pace e umanitaria che alla fine ci ha valso un apprezzamento anche nel campo che è contrario alla Nato." Perché allora non si è potuto dire a chiare lettere (riprendiamo ancora le parole di Romano), che era ferma intenzione del governo "porre fine a un massacro etnico che riportava il Medioevo nel cuore dell’Europa, soffocare un regime a vocazione totalitaria che aveva fatto della destabilizzazione regionale la chiave della propria sopravvivenza, promuovere l’espansione della democrazia come antidoto al conflitto civile.."? Siamo onesti, non lo si è detto con la giusta e sincera determinazione, non lo si è detto agli elettori di sinistra e non lo si detto agli elettori Ds, i quali magari in quei giorni fischiettavano quella (musicalmente) oscena canzoncina di JovaLigaPelù, "Il mio nome è mai più", che faceva la morale ai soldati americani lanciatori di bombe senza dire una parola sui massacri di civili ad opera dei cani sguinzagliati da Milosevic, ed intanto raccoglieva i fondi per Emergency. Più in generale non si è mai avuto il coraggio di raccontare che la politica internazionale è sempre stata una faccenda spietata e pericolosa, e tale con ogni probabilità resterà. Che la visione irenica dei rapporti fra stati, ma anche fra popoli, etnie e fazioni è una placida falsità che piegata strumentalmente diventa oppio dell’analisi, del pensiero e della politica. Che difficilmente può esserci pace senza giustizia e che mai la giustizia è figlia della tirannide. Ecco perché non vale la pena prendersela coi Turigliatti e i Rossi, ecco perché si fa più bella figura a non tirare in ballo Andreotti e Pininfarina, ecco perché non c’era bisogno di complotto alcuno per mettere in ginocchio il governo di una parte politica dalle gambe liberali tanto fragili. Fragili ancor di più grazie a questo bel bipolarismo del quale, in pieno spirito tafazziano, proprio coloro che più ne soffrono sono i principali sostenitori. Dei limiti del bipolarismo all’italiana (di cui abbiamo già scritto in queste pagine) trattiamo anche in un altro articolo di questo numero di LibMagazine e vi rimandiamo pertanto a quella lettura. Qua c’interessa concludere che sul fronte di una battaglia culturale aperta e coraggiosa, poco possiamo aspettarci da Ds e Margherita. Entrambi sono infatti troppo adusi all’abito della "concertazione" … tanto che in nome di quella hanno deciso di dar vita ad un partito insieme. Sarà che ci piace essere bastian contrari, sarà che ci piace essere antipatici, ma se si deve stare a sinistra da liberali, noi vogliamo farlo senza concertare, vogliamo farlo sfidando il veterocomunismo ed il neopacifismo ideologico su quello che è stato lasciato essere il loro terreno, ma che loro non è, perché il terreno dell’internazionalismo democratico e liberale, il terreno della pace e dei diritti umani … ebbene quello è il nostro terreno, ce l’hanno consegnato Mazzini e i fratelli Rosselli, non abbiamo intenzione di cederlo ad altri, tanto meno ad un Gennaro Migliore qualunque.


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