“Letters from Iwo Jima” di Clint Eastwood

Di Gianfranco Cercone de Lucia

l buon cinema è prima di tutto un piacere; e guai a giudicare il valore di un film, pensando a cosa quel film può servire. Se poi il cinema (e in genere le arti narrative) possono anche essere utili alla formazione di una coscienza civile e al miglioramento della convivenza fra gli uomini, tale scopo è raggiunto perlopiù indirettamente, attraverso un gioco dell’immaginazione: facendoci mettere nei panni degli altri. Quando un personaggio è delineato a fondo – che si tratti del carattere che più ci respinge o che soltanto riteniamo lontano da noi – siamo indotti a identificarci con lui, fino a poter dire: “Forse anch’io, nato e cresciuto in circostanze diverse, con un’altra età o un altro sesso, avrei potuto comportarmi allo stesso modo”. Quale migliore antidoto contro il razzismo, contro la percezione dell’Altro (del Nemico) come male assoluto? Con “Letters from Iwo Jima”, Clint Eastwood ha concluso un dittico cinematografico inaugurato da “Flags of our fathers”. Al centro dei due film, una battaglia combattuta dall’esercito americano contro l’esercito giapponese, durante la seconda guerra mondiale, per la conquista dell’isola di Iwo Jima. Con la differenza che il primo film era raccontato dal punto di vista degli americani; quest’ultimo, dei giapponesi. Trattandosi di un regista americano, il nuovo compito era più arduo del primo. Infatti, fatto salvo il principio di fondo del dittico – che hanno dignità di soldati tanto i giapponesi quanto gli americani, strappati comunque ai loro affetti familiari, costretti a una prova tragica per una causa a cui non tutti credono (ciò vale particolarmente per i giapponesi), capaci entrambi di atti di eroismo e di bontà così come di crudeltà efferate -; apprezzato, insomma, questo rispecchiamento tra i due eserciti, che non annulla la ragione e il torto degli uni e degli altri, ma evidenzia la comune umanità, la riuscita della nuova operazione si reggeva su una scommessa: ricreare credibilmente, nel microcosmo di quella parte di esercito dislocata a Iwo Jima, il mondo giapponese di allora, nella sua mentalità, nei comportamenti, nei gesti, nella particolare qualità dei rapporti interpersonali. Se Eastwood ci sia riuscito o no, sul piano della verità storica, potrebbero dirlo soltanto, forse, gli spettatori giapponesi che abbiano vissuto quell’epoca. Quel che può affermare uno spettatore estraneo ai luoghi e ai fatti, è che, autentico o no, il mondo descritto dal film è incisivo e allo stesso tempo sfumato, come un mondo realistico; si fonde senza increspature con quanto sappiamo del Giappone da altri film e romanzi; assorbe la nostra attenzione e ci cattura al suo interno. Consideriamo un episodio, l’incontro fra il capitano e barone Nishi e il generale Kuribayashi. Avviene sulla spiaggia dell’isola, qualche giorno prima dello sbarco degli americani. Il capitano è arrivato da poco, e ora cavalca lungo la riva (è un campione di equitazione, avendo partecipato e vinto alle Olimpiadi di Los Angeles). Il generale – che lo ha conosciuto tempo addietro – lo saluta e scambia qualche parola con lui, dove affiora il rimpianto comune per i tempi in cui gli eserciti si affrontavano a cavallo. Poi i due si danno appuntamento per la cena, nella tenda del generale. E’ qui che il capitano gli comunica una brutta notizia: la flotta giapponese è in gran parte distrutta, e non potrà soccorrerli durante l’assalto americano. Per i giapponesi, la battaglia è perduta in partenza. Eppure, nota il generale, il barone è venuto lo stesso a combattere. Ho riferito con qualche dettaglio l’episodio sperando di suggerire qualcosa della sua atmosfera: c’è il senso della fine che si profila nell’incontro fra i due personaggi, che non è soltanto la coscienza della prossima sconfitta, ma anche il presagio della conclusione di un mondo, dello stesso Impero giapponese, rimpianto – come è naturale in due uomini maturi, saggi e sensibili, ma che vi sono cresciuti e vi si sono formati – per le sue tradizioni di eleganza (l’equitazione), per la lealtà e l’onore che impronta il comportamento degli uomini. E la missione impossibile del capitano, somiglia a un suicidio (che, in effetti, avrà luogo più tardi). E’ solo un esempio. Perché gli episodi belli, che ci fanno respirare la stessa aria dei personaggi, si ritrovano per tutto il film: fra le gallerie scavate nell’isola dai giapponesi, nelle quali, via via che si addensano i segni della catastrofe, prende corpo l’ossessione del suicidio, vissuto come imperativo morale per sé e per gli altri, con l’accondiscendenza dei più, e la rivolta sottaciuta di pochi; ma anche, in alcuni flashback, nelle case e fra le strade dove vive la popolazione civile; o fra le fila dell’esercito americano, quando i giapponesi, con alterne fortune, finiscono prigionieri. Lodata questa vivida rappresentazione, lascio aperto un dubbio alla riflessione del lettore. In un momento del film, il soldato Saigo osserva ammirato il barone Nishi a cavallo. Questa immagine mi ha richiamato alla memoria un episodio di Guerra e pace di Tolstoj: quando il tenente degli ussari Nikolaj Rostov , diciottenne se non ricordo male, vedendo a cavallo il giovane zar Alessandro, se ne innamora. Letteralmente. Recando negli atti e nel volto tutta la sintomatologia dell’amore (correttamente riconosciuto come tale dai commilitoni, che lo attribuiscono alla prolungata vita senza donne all’interno dell’esercito); sebbene il desiderio erotico sia sublimato dall’anelito di combattere per lo zar, e di morire per lui. Ecco: nel cinema sobrio e virile di Eastwood, dove l’omoerotia è sempre latente, ma non rischia mai di diventare omosessualità, sarebbe possibile un racconto limpido come quello di Tolstoj, di un simile caso psicologico?


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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