Della Vedova sul Foglio: Licenziare costa

Mobilità lunga e prepensionamenti sono due terzi a carico dello stato, negli USA paga tutto l’azienda.
di Benedetto Della Vedova da Il Foglio del 22/02/07 pag. I

Uno, Punto, Stilo, Croma, e prima ancora 500, 126, 127: in famiglia abbiamo sempre dato e continuiamo a dare il nostro piccolo ma libero contributo alla Fiat, nei momenti buoni e in quelli grami. Grazie al miracolo di Marchionne sembra che oggi, dopo gli anni più bui, l’azienda torinese abbia ripreso il cammino virtuoso della redditività, innanzitutto facendo buone auto apprezzate dal mercato. Fin qui tutto bene, soprattutto perché ciò è avvenuto mentre (io direi, grazie al fatto che) il Governo Berlusconi evitava gli interventi assistenziali degli scorsi decenni, imponendo così alla proprietà di farsi carico per intero del destino della Fiat.

Le cronache di questi giorni, però, parlano di un accordo tra Fiat e Governo (con tanto di conferenza stampa in cui Marchionne sedeva tra i ministri Damiano e Bianchi) per la concessione di mobilità e lunga e prepensionamento a 2.000 dipendenti della casa automobilistica piemontese: un ritorno al passato. Che evoca pagine tristi come quelle degli scivoli e prepensionamenti Olivetti. Curiosamente poi l’accordo è stato seguito dalla riunione del cda di Fiat Spa che chiudeva un bilancio 2006 spettacolare, con oltre 2,3 miliardi di utile per la capogruppo: la stessa che il giorno prima aveva beneficiato di un sussidio da azienda decotta.
L’ultima Finanziaria, infatti, prevede di concedere la mobilità lunga e il prepensionamento (in deroga alla normativa che porta a 60 anni l’età minima per la pensione di anzianità) a 6000 lavoratori di aziende in ristrutturazione. In soldoni significa che un 51enne che l’azienda intenda licenziare avrà diritto a tre anni di mobilità a carico dello Stato, tre a carico dell’impresa e altri tre di pensione anticipata: per due terzi paga lo Stato e per un terzo l’azienda, naturalmente con il plauso del sindacato che pure ha la faccia tosta di strillare “che sia l’ultima volta”. Tralasciando il fatto che probabilmente una buona parte di quei duemila non passerà i prossimi 30 anni ad accudire i nipotini, ma troverà un lavoro in nero, ci chiediamo come mai il Governo abbia già deciso di assegnare alla Fiat un terzo di quanto previsto in Finanziaria, sebbene i termini per le richieste non siano ancora scaduti e quelle finora presentate coinvolgano ben quarantamila lavoratori.
Ma al di là di altre considerazioni, qualcuno potrebbe obiettare: ma se la Fiat deve o vuole licenziare per consolidare la sua ripresa, il problema non è dell’azienda, bensì dei lavoratori destinati a rimanere a spasso e quindi, alla fine, dello Stato. Per cui il favore – e il favoritismo – non è nei confronti dell’azienda, ma dei lavoratori. Non è così.
Basta vedere quanto accade nella patria del liberismo, gli Stati Uniti.
Nel corso del 2006 la General Motors, nel tentativo di arginare una crisi pesantissima, ha programmato il licenziamento di 30.000 dipendenti. Se qualcuno, pensa che sia bastata una lettera di “arrivederci e grazie”, si sbaglia di grosso. Gestire una drastica riduzione del personale è operazione delicata, complessa e costosa anche in America. Una grande azienda non può affrontare un’operazione di questo tipo senza un accordo con il sindacato e i lavoratori; in caso contrario va incontro ad una stagione di scioperi e conflittualità che rischierebbe di rendere ancor più acuta la crisi e difficile la sua gestione. Tant’è che la GM ha sottoscritto un piano con il sindacato che prevede, ad esempio, la possibilità per i lavoratori con più di dieci anni di anzianità di ottenere una “buonuscita” di 140.000$ (70.000 sotto i dieci anni) in cambio della cessazione di qualsiasi legame contrattuale con l’azienda. In più vantaggi (35.000$) per chi accedesse, avendone già i requisiti minimi, al prepensionamento (fondo aziendale a capitalizzazione) e pagamento del dovuto a coloro cui mancassero fino a tre anni per il raggiungimento dei requisiti medesimi. Tutto a carico dell’azienda, naturalmente.
Licenziare, dunque, ha un costo e fa parte della buona gestione di una grande impresa: perciò questo intervento pubblico in favore dei licenziamenti è un improprio aiuto di stato. Lo Stato dovrebbe preoccuparsi di fornire servizi di riqualificazione e di ricollocazione agli impiegati cinquantenni che lasceranno l’azienda, non di acquisirne il silenzio con il prepensionamento.
E poi, perché allora concedere solo a seimila lavoratori questo trattamento? Perché mentre si dice, giustamente, che è necessario innalzare l’età minima per la pensione si aprono procedure di eccezione anche per aziende dai bilanci – ormai – floridi? E perché allora, ad esempio, non consentire agli editori il prepensionamento dei giornalisti in favore di stagisti e praticanti?
Non sappiamo perché e in cambio di cosa il Governo abbia voluto concedere questa mancia alla Fiat e ci spiace che la multinazionale torinese l’abbia non solo accettata, ma richiesta.
Ma una cosa è certa: anche da questa vicenda si capisce che non è casuale che in America l’economia continui a funzionare meglio e le tasse siano più basse.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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