“Inland empire” di David Lynch

Di Gianfranco Cercone de Lucia

Suggestioni e atmosfere accompagnano qualsiasi racconto che abbia una forza evocativa; che ci faccia percepire la particolare risonanza emotiva degli ambienti e dei contesti umani in cui agiscono i personaggi. Ci sono casi, però, in cui suggestioni e atmosfere non accompagnano il racconto; ma ne sono, per così dire, la pietanza principale. E’ il caso, anche, di molti dei film di David Lynch, e dell’ultimo, “Inland empire”, forse più di tutti gli altri. Vi sono descritti, spesso magistralmente, angosce e trasalimenti; spazi reali che via via o all’improvviso sfondano nei territori del sogno o dell’incubo. Ma se lo spettatore che non faccia prevalere in sé lo scetticismo, resta avvinto alle immagini, grazie alla sottile e persistente inquietudine che procurano, potrà non riconoscere, oltre la cortina fumosa delle suggestioni, la solidità di un fatto. Il fatto, qui, è un oggetto misterioso; ha contorni nebulosi, oppure si sdoppia o si triplica, non appena si crede di averlo messo a fuoco. Eppure, se per fatto non si intende soltanto qualcosa che si produca nel mondo esterno, ma anche che sorga e si sviluppi interamente nella psiche, allora, a mio parere, un fatto c’è e non di poco conto. Siamo su un set cinematografico, ai primi giorni di riprese di un film. Il personaggio interpretato dall’attrice principale ha una relazione adulterina; e la stessa attrice avvia un adulterio con l’attore che, nel film, interpreta il suo amante. Niente di sorprendente fin qui. Mettiamo però che nel congegno delicato e almeno in parte misterioso della psiche, con il concorso di altre circostanze che ignoriamo, questa analogia produca uno smottamento fatale: l’attrice si confonde con il personaggio che interpreta, non distingue più tra finzione e realtà. Parla con il suo amante come fosse a tu per tu con lui; e poi, in preda al panico, si accorge di trovarsi su un set, con la macchina da presa che ha registrato tutto ciò che ha fatto e che ha detto. E’ il momento originario di uno smarrimento sempre più profondo e inarginabile. L’attrice non sa più chi è; e scivola in un’altra identità, nella quale prendono corpo gli aspetti più brutali di sé. L’immaginazione si sviluppa come un cancro, invade la realtà, mentre il mondo precipita in un caos inestricabile. La donna assiste agghiacciata al prodursi delle proprie allucinazioni. Oppure tenta di conversare disinvoltamente con le figure oniriche che ha creato, per fingere salute e normalità; ma sbattendo spasmodicamente le palpebre, come chi, malgrado gli sforzi, non riesca a capacitarsi della realtà di ciò che pure sta vedendo. O ancora, tenta di ristabilire una comunicazione con gli uomini in carne ed ossa che la circondano, ma suscitando in loro la diffidenza o lo sbigottimento, che si riserva a chi patentemente ha smarrito il senso della realtà. “Inland empire” non è la descrizione di un caso clinico, dove il narratore racconta la malattia psichica restando con i piedi per terra, dal punto di vista della salute. Il film è un viaggio senza distanza critica nella dimensione della follia, uno sprofondare senza ritorno, nel quale anche lo spettatore deve smarrire sempre più il filo conduttore. Una follia fantasticata, che non corrisponde probabilmente alla sua sintomatologia scientificamente accertata. Ma fantasticata con timore; con la consapevolezza che si tratta di una possibilità latente nella psiche di ognuno.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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