Un patto tra parricidi

Di Tommaso Ciuffoletti e Francesco Nardi

Chi scrive ha stima e rispetto per la biografia politica di Luca Josi (mio padre mi ricordava in questi giorni di quando, ancora segretario giovanile dei socialisti venne a casa nostra – io ero poco più che un moccioso ed era il periodo in cui stava iniziando a montare l’onda anomala ed anomica di Mani Pulite, la cui violenza concesse a pochi di mantenere financo la dignità; Luca Josi, che io sappia, fu tra questi – ndT.C). Meno conosciamo della sua carriera come produttore televisivo, ma è colpa nostra. Ormai qualche mese fa Josi ha promosso un “Patto generazionale”, pubblicato sul sito www.pattogenerazionale.com, presentato già in varie occasioni pubbliche ed al quale hanno aderito numerose personalità dell’italico mondo politico, finanziario, imprenditoriale e dell’informazione. Noi, pur avendo letto con interesse il testo dell’appello, abbiamo deciso di non aderirvi – cosa che certamente non arrecherà gran danno al buon successo dell’iniziativa. Non abbiamo aderito perché riteniamo che il valore di quel documento stia nella qualità del dibattito che intende sollevare sull’annosa ed urgente questione del ricambio generazionale, in un paese come il nostro che tanti s’impegnano a dir malato di gerontocrazia. Crediamo infatti che per sollevare, sul tema, una discussione che sia più (in)calzante, più suggestiva e – perché no – più provocatoria, si possa e si debba andare oltre la proposta di un “patto generazionale” in quanto tale. E questo nonostante la formulazione proposta da Josi sia certamente più interessante di tante altre versioni presentate al riguardo. Rifiutiamo come realmente stimolante, in definitiva, l’idea di un dibattito intorno ad un patto che impegna i firmatari, una volta raggiunta l’età dei 60 anni, “a lasciare o non accettare un ruolo di leadership (cariche primarie della politica e dell’economia) continuando ad offrire il proprio impegno nei ruoli di vice, di numero due, di saggio, di consulente o di qualsiasi altra posizione che consenta alla società di avvantaggiarsi e non disperdere la loro esperienza”. Avremmo piuttosto aderito, e con grande entusiasmo, ad un “patto tra parricidi”. Prima di inviare le forze dell’ordine – o la neurodeliri – presso i nostri domicili, lasciateci almeno il tempo di chiarire il senso di questa affermazione e di condividerne la responsabilità con un brillante giovane a cui va doverosamente assegnato il merito – o la colpa – di averci fatto conoscere la lettura che in queste righe riprendiamo in maniera provocatoria. “Il problema degli italiani è che non sono parricidi” ha scritto Antonio Funiciello – 31 anni, direttore dell’Associazione LibertàEGUALE – in un articolo comparso nell’inserto del numero 31 (febbraio 2006) de “Le Nuove Ragioni del Socialismo” (inserto intitolato “Le Ragioni del Futuro”). Funiciello, in quell’articolo, traeva a sua volta ispirazione dalle “Scorciatoie” di Umberto Saba, scrivendo che: “… Saba fissava le origini dell’Italia alla fondazione di Roma, rammaricandosi del fratricidio da cui il genio nazionale ebbe, a suo dire, inizio. «Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani …» tutti fratelli contro fratelli impelagati in un angusto circolo vizioso da cui è vietato uscire. Tanto perché «gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli»”. L’intuizione di Saba propostaci dall’amico Antonio è per noi lo spunto strumentale ad affermare la necessità del parricidio. Continuiamo con le sue dotte parole per chiarire che “il nostro parricidio assume la fisionomia sintetica che è propria di ogni parricidio positivo. Non abbiamo smesso, infatti, di studiare Parmenide in seguito al parmenicidio congegnato da Platone: tutt’altro”. Ma mentre il Funiciello prosegue il suo elegante ragionamento per motivare la necessità di andare definitivamente oltre il tramonto dell’ideologia, noi – assai più umili – siamo rimasti talmente colpiti dall’invocazione del parricidio da volerne fare un nostro vessillo anche su campi di battaglia meno grandiosi. Affermiamo dunque la necessità del parricidio per potere legittimamente reclamare ciò che con grande difficoltà è altrimenti ottenibile; e non parliamo tanto di ruoli di leadership o di cariche primarie, ma dell’autorità per ricoprirli. Riflettere sulla necessità di farsi parricidi che questo paese impone alle sue nuove generazioni può essere, secondo noi, uno spunto più calzante, più suggestivo e più provocatorio di quello offerto da Luca Josi a cui tuttavia riconosciamo il merito di aver riproposto il tema generazionale, con una eco mediatica che non si sentiva dai tempi di “Un grande futuro dietro di noi” di Giuliano da Empoli. L’argomento ci sta particolarmente a cuore e vorremmo che questo articolo fosse solo il primo di una serie d’interventi, con la speranza di poterne discutere – perché no – proprio con alcuni dei nomi citati in questa pagina. Ci sia infine concessa una postilla dove dire ciò che forse sarebbe meglio tacere. Alcuni continuano oggi a malignare (come se di mala cosa dovesse trattarsi) su Luca Josi definendolo “figlioccio di Craxi”. Noi non possiamo sapere se Josi si sarebbe fatto parricida del suo padrino e non possiamo saperlo perchè i fratelli (anche se in questo caso si potrebbe dire cugini) di Bettino non persero l’occasione per confermare l’intuizione di Saba.


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