Le crepe della società e la nuova mafia

Di Valeria Manieri

I 15 arresti, la guerra contro lo Stato, l’infiltrazione di brigatisti nelle frange della Cgil, il rischio che corre Pietro Ichino di finire come Marco Biagi e Massimo D’ Antona, dovrebbe allarmare non poco. Il problema è già pantagruelico e il problema ha sempre più fame. Per tentare di ricomporre un cubo di Rubik con facce sempre più confuse e difficilmente incastrabili che è diventato il nostro paese, il mondo del lavoro la nostra società, ci vuole fermezza, chiarezza, e la tempistica non è un dettaglio. Il problema cambia: mentre qualcuno grida “ohissa!” e tira da una parte, un altro invece spinge verso la parte opposta, la feccia, il disinteresse si infiltra nelle crepe create dai carrozzoni della nostra società. Prima c’era la mafia, c’erano i boss, c’erano Borsellino e Falcone che saltavano per aria. Ci siamo accorti dopo di quanto casino facessero le bombe. Oggi, quando la mafia si affina e si infiltra nella politica, nelle posizioni di comando, c’è un revival della stella a cinque punte. Le brigate rosse di casino ne avevano fatto già tanto, ma scioccamente ci sembravano sazie, appagate. Così poco ci siamo curati di una bicicletta a terra e un portico macchiato di sangue, della gente comune, di un professore di diritto del lavoro che si chiede perché in Italia sia pericoloso scrivere ovvietà su un giornale o dirle ai propri studenti universitari. In Italia delle persone giuste ce ne accorgiamo solo quando queste diventano martiri e il tentennare nel sostenere le tesi di libertà, giustizia, equità diventa una omissione di soccorso. Come è dimostrato continuamente, il terrorismo si evolve e si infila nelle incertezze e nelle ambiguità della società. Si affina, non nei metodi, sempre barbari e legati al mito del “cattivo selvaggio”, ma nei “meriti”. Il terrorismo, di qualunque matrice sia, si scaglia contro il merito, l’impegno, la responsabilità, la giustizia, proprio perché sa che una società basata su questi principi sarebbe una società dove non esisterebbero incertezze e ambiguità. Non ci sarebbe dunque spazio per le barbarie, per chi dica “non è giusto” e lo rivendichi con violenza, perché ciò che fai diventa ciò che meriti e in base a questo sei ricompensato. Ma tutto questo appare ovvio. Eppure non lo è. Lasciamo correre le crepe di un sistema dove si annidano i pressappoco, le quasi riforme, si lasciano soli i riformisti e i liberali. Un paese dove per parlare di di welfare to work, di difesa della legge Biagi, di ammortizzatori sociali, di merito ed equità, di formazione continua, di globalizzazione e necessità, di pensioni, di contratto nazionale e lavoro nero, di crescita delle professionalità, di un non combaciare degli interessi dei lavoratori con quelli dei sindacati e le nuove generazioni, bisogna liberarsi di mille bugie che appesantiscano prima ancora di poter iniziare un discorso. Dopodichè, quando inizi il tuo percorso dialettico con le persone o le istituzioni, male che va, ti trovi magari la letterina delle brigate rosse a casa , e nella migliore delle ipotesi cortei di persone che sfilano contro la legge Biagi senza neppure averla mai letta. E non è questione di facinorosi, è anche una questione di politica, di comunicazione e in definitiva di coraggio che manca. Politicamente qualcosa si può fare: un sostegno ancor più intenso di Radicali italiani ai temi economici, chiave di volta per scardinare un nuovo tipo di terrorismo, contro un cancro silenzioso che ci logora e che curiamo con le aspirine. Bisogna opporsi con forza e intelligenza a ciò che confonde le coscienze e talvolta si infiltra dove non dovrebbe, scongiurando una sclerosi delle istituzioni e cercando in ogni modo di far ripartire davvero il nostro paese.


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