Che cos’è l’«irriducibile complessità»?

Di Luigi Pavone

È grazie al Foglio di Ferrara che conosciamo le linee generali della teoria antineodarwinista dell’ID (Intelligent Design). Negli Stati Uniti la contrapposizione tra creazionisti ed evoluzionisti ha una portata ideologica molto ampia che investe anche la politica. Non si tratta di giochi linguistici, ma di un forte atteggiamento metafisico che per noialtri europei dovrebbe essere in parte invidiabile. Ma ciò che rende interessante l’ID non è tanto questa sanguigna antichità, quanto l’idea che l’accordo tra creazionismo ed evoluzionismo non si ottiene a buon mercato. Non si tratta quindi di togliere la contraddizione confinando in ambito teologico la prima etichetta e in ambito scientifico la seconda. Fuori dell’opposizione all’evoluzionismo non si capisce che cosa esattamente il creazionismo intenda affermare. E non si tratta neanche – in uno spirito continentale – di accettare l’idea che il mondo è fatto di interpretazioni alternative o parallele. Al momento la teoria antineodarwinista dell’ID (Intelligent Design) si limita ad indicare certe lacune delle teorie neodarwiniste relative alla spiegazione dei sistemi intelligenti e del linguaggio, concludendone che certe proprietà dei sistemi biologici sono meglio spiegabili ricorrendo all’idea di un Creatore intelligente. Ma l’introduzione di questa idea non è niente di più che un sinonimo per l’indicazione di quelle lacune. Ciò che è auspicabile è che i teorici dell’ID non si accontentino di questa sinonimia e procedano a tradurre l’idea di un creatore intelligente in un paradigma esplicativo che sia in grado di potenziare la nostra lettura dell’esperienza e l’esperienza stessa, arricchendola di nuovi dati. Il libro di Michael Behe dal titolo «Darwin Black Box» vuole andare in questa direzione. Il concetto centrale che Behe propone è quello dell’«irriducibile complessità». In breve è l’idea secondo la quale sistemi biologici complessi funzionano in modo tale che tolta loro qualche parte anche minimale non funzionano più. Ammettendo gradi minimali di evoluzione, le teorie evoluzionistiche affermano l’esatto contrario. Il concetto di irriducibile complessità coglie una possibile strategia d’attacco. A meno che tale concetto non sia rivelato dall’alto – e noi in generale siamo piuttosto scettici sulle rivelazioni dall’alto – allora Behe è impegnato a mostrarne la validità, cercando di non lasciarsi catturare dal fascino delle speculazioni filosofiche. Ciò che vogliamo per l’irriducibile complessità è una accurata collezione di evidenze empiriche. Ci sembra che questa manchi. Non sappiamo se l’occhio sia per Behe un sistema biologico abbastanza complesso per applicare la teoria dell’irriducibile complessità, ma se siamo d’accordo nel ritenerlo sufficientemente complesso, allora è un dato di fatto che il mio occhio e quello del mio gatto – pur essendo fisicamente diversi – svolgono la stessa funzione del vedere. E lo stesso tipo di osservazione si ripete per il cervello umano e quello dei primati. Certamente, il gatto vede in modo diverso e il primate ragiona in modo altrettanto diverso, ma non si può dire che la funzione del vedere o quella del ragionare siano state compromesse da variazioni fisiche anche considerevoli.


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