Inappellabilità delle sentenze: un’altra occasione persa

Di Enrico Gagliardi

La Consulta ha deciso: la legge Pecorella, quella che prevedeva l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento da parte del PM, è incostituzionale negli articoli 1 e 9. In buona sostanza dunque l’impianto fondamentale di questa norma viene espunto dall’ordinamento giuridico. Tutto torna come prima, con i tre gradi di giudizio simmetricamente accessibili sia da parte della difesa che dell’accusa. Un epilogo davvero spiacevole anche se in parte prevedibile: è innegabile comunque che con tale norma si era innestato un elemento di modernità nel nostro sistema penale; una significativa iniezione di garantismo che ci allineava, di fatto, a moltissimi altri sistemi processuali (come quello americano per esempio) che prevedono un’ipotesi del genere nei loro codici di rito. La ratio di questo meccanismo è molto chiara: se un Pubblico Ministero non riesce in primo grado, attraverso indagini e acquisizioni di prove, a dimostrare la colpevolezza di un imputato, ha esaurito la sua funzione, i suoi compiti: per quale motivo deve allora essere consentito ad un secondo magistrato di continuare nella ricerca di un’ipotetica colpevolezza che precedentemente non si è riusciti a dimostrare? La norma in questione, inutile sottolinearlo, si connota per una spiccata impronta garantistica rafforzata invece dalla possibilità di appello da parte dell’imputato in caso di una sentenza di condanna. Un apparente squilibrio tra accusa e difesa che invece imprime un’accelerazione riformista al processo penale. Detto questo però, bisogna sottolineare come la bocciatura della Consulta fosse assolutamente prevedibile: ad una rapida scorsa della nostra Costituzione infatti i difetti della legge Pecorella balzavano agli occhi già dall’inizio. L’art. 111 della Carta Fondamentale stabilisce solennemente che “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”: appare chiaro come l’impianto strutturale sul quale poggiava questa norma, e cioè l’inappellabilità delle sentenze da parte del PM, violasse (anche se in senso prettamente garantistico) tale “parità” delle parti. Un’altra occasione persa dunque: cose che succedono quando ci si muove in maniera scriteriata e priva di senso logico. Il passato governo, se avesse voluto realmente mettere in pratica il principio dell’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento da parte dell’accusa, avrebbe dovuto agire a livello di normazione costituzionale: aveva la maggioranza parlamentare per un’operazione del genere (senza togliere che molto probabilmente una proposta di questo tipo poteva essere appoggiata anche da partiti della passata opposizione). Tutto questo non è successo ed infatti l’epilogo si è rivelato alla prova dei fatti davvero misero. L’Italia si dimostra insomma sempre il solito paese, quello in cui le decisioni rappresentano operazioni di maquillage formale destinate già in partenza ad un fallimento, il paese in cui non si ha mai il coraggio e la forza politica di operare un vera riforma organica della quale possano beneficiare tutti e subito.


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