“Le luci della sera” di Aki Kaurismaki

Di Gianfranco Cercone de Lucia

Si apprezzano di solito i film che ci fanno partecipare anche della vita interiore dei personaggi; che raccontando le loro azioni, rendono, per quanto possibile, perspicui i loro moventi intimi, le emozioni che le accompagnano. Ma i film dell’originale e apprezzato regista finlandese Aki Kaurismaki non soddisfano di solito questa esigenza di realismo. Come le figure di un bassorilievo, le icone di una via crucis – l’esempio non è casuale, come si vedrà – i suoi personaggi sono irrigiditi, inflessibilmente e come in eterno, nel ruolo che sono chiamati a svolgere nella vicenda; e poco o nulla ci è dato sapere sulle ragioni che li portano a ottemperare con tanto rigore alla loro funzione. Perché, ad esempio, in questo “Le luci della sera”, una donna, al soldo di una banda di criminali, si presta a raggirare un povero guardiano notturno, facendolo innamorare di sé; ne approfitta per favorire un furto nella gioielleria, che l’uomo dovrebbe custodire; e poi manomette le prove, facendolo arrestare? E perché d’altra parte l’uomo, scoprendosi ingannato, non denuncia la donna, e accetta, senza fiatare, di scontare in carcere la pena per un delitto che non ha commesso? Perché, insomma, i carnefici sono carnefici, e le vittime vittime? Si dirà che il desiderio di ricchezza, e l’amore, sono ragioni sufficienti. Ma i sentimenti che sottostanno a tali ragioni dichiarate, restano imperscrutabili allo spettatore, e il volto della donna ingannatrice è gelido e impersonale, come i grattacieli spenti che la notte fiancheggiano una strada di Helsinki; o certi drugstore notturni, mezzi vuoti e dai sedili di plastica. Un demone ottuso sembra abitare il mondo. Almeno il mondo di Kaurismaki, deliberatamente semplificato come in certe ingenue raffigurazioni religiose, dove il Male, che predomina, è assoluto, e si riconosce al primo colpo d’occhio; e il Bene, la Grazia, che salva il giusto perseguitato quando è ormai sull’orlo del precipizio, può assumere, convenzionalmente, il volto dimesso e negletto di un’altra donna, capace di vero amore. Kaurismaki afferma di girare i suoi film in stato di ebbrezza. Gli si può credere, non perché siano confusi, o di una stravolta visionarietà. Anzi, se pure le sue immagini sono in genere belle e creative, sono anche precise e controllate. Ma lo stato d’animo che domina il film, e che gli garantisce poesia e verità, è un pessimismo apocalittico, che si può indovinare eccitato dall’alcool; e dal quale si può cercare rifugio, continuando a bere.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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