“La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino

Di Gianfranco Cercone de Lucia

Come recita il titolo di una celebre tragedia, la vita è sogno; o, almeno, è un sogno al cinema, dove una vita, qualunque vita, la più fortunata come la più disgraziata, si trasforma agli occhi dello spettatore che assiste al suo svolgimento, in un’esperienza che al sogno tanto somiglia. Seduti in poltrona, dimentichi dei nostri casi, ci lasciamo gradualmente trasportare nelle vicissitudini di un personaggio spesso del tutto diverso da noi – o per età, o per sesso, o per nazionalità, o per attitudini, o per altro ancora; ci rallegriamo quando il destino gli è favorevole, e ci angosciamo quando gli si prospettano delle avversità. Ma con un’intensità emotiva sempre media, fluttuante, che non raggiunge davvero la pienezza della nostra vita reale, perché non si annienta mai del tutto in noi la consapevolezza di essere noi stessi; e che, quando si riaccenderanno le luci in sala, il personaggio svanirà come un fantasma. L’elogio più appropriato che forse si può rivolgere a Gabriele Muccino per il suo “La ricerca della felicità”, è di aver costruito un film che si conforma in pieno ed esalta, la qualità semiallucinatoria propria della visione di un film. E infatti, immedesimandoci nella vicenda di un rappresentante di macchine per ospedali, sposato e con un bambino piccolo a suo carico, caduto in miseria, senza più una casa, e poi senza nemmeno i soldi per pagare una camera in un motel, accompagnandolo lungo il piano inclinato della sventura, ci chiediamo con partecipazione, quasi come se il quesito riguardasse noi stessi: “Si salverà?”. E’ una domanda dilatata per tutta la lunghezza del film, tenuta abilmente viva ricorrendo ai colpi alterni della fortuna, che ora ci fanno propendere per il sì, ora per il no. E se il lieto fine è prevedibile, fatico a immaginare uno spettatore che nel momento in cui si verifica, non ne sia sollevato e commosso. Si è detto che il film illustra il sogno americano, racconta una società dove il merito, anche del diseredato, è premiato alla lunga dal successo e dal benessere. In effetti, il protagonista ha un sogno: diventare un operatore di borsa. E per seguirlo, pur tra terribili disagi pratici, non risparmia le astuzie e gli sforzi; che alla fine, appunto, lo condurranno al successo. Ma osserviamo i suoi rapporti con coloro che sono toccati dal privilegio sociale, per esempio coloro che già sono impiegati nella società di borsa. Finemente, Muccino evita di modulare quei rapporti tanto sotto il segno del disprezzo del ricco per il povero; quanto sotto quello del solidarismo. E’ vero che gli impiegati prendono a benvolere il maturo stagista, sono cordiali nei suoi confronti, forse approfittano un poco della sua disponibilità ad accordare loro troppi favori; ma quel che importa, è che sono sordi al suo dramma. Quella voragine di affanno e di angoscia, che si rivela allo spettatore grazie al processo di immedesimazione, non sembra da loro intuita. Certo, neanche il protagonista ha interesse a manifestargliela, anche perché sa che mostrarsi mendico nuocerebbe alla propria immagine pubblica, comprometterebbe la possibilità di essere assunto. Ma al di là del gioco di dissimulazione (da parte del povero) e di una diplomatica cecità (da parte dei più ricchi), una critica sociale viene fuori molto chiara: chi vive nella cittadella del benessere, vuoi per risparmiarsi sensi di colpa, vuoi per evitare emozioni sgradevoli, preferisce non soffermare troppo l’immaginazione sui drammi di chi ne vive al di fuori. Si consideri il momento in cui viene comunicata al protagonista la decisione di assumerlo. Non c’è da parte sua una immediata reazione euforica. Anzi, la notizia viene accolta nel silenzio e nella commozione. E’ un giusto disegno di emozioni che detta questa scelta. La felicità non può farsi varco nel dramma all’improvviso. Ha bisogno di un tempo per essere metabolizzata e recepita. Ma in quel silenzio, mi pare che si faccia varco una domanda: è tollerabile che sia necessario tanto sforzo e tanta sofferenza per garantirsi un po’ di agio economico? E se nell’uomo, fosse prevalso lo scoraggiamento, se non avesse lottato fino all’estremo delle forze, non sarebbe scivolato in condizioni di vita così grame da condurlo all’abbrutimento, dove probabilmente nessuno si sarebbe chinato a salvarlo? E allora, coloro che adesso lo gratificano, sono amici o nemici? Sono domande destinate a perdersi, forse perché le risposte sono ovvie o inutili; perché la vita, per proseguire, non ammette troppe crisi e ripiegamenti. Ma a noi, che abbiamo assistito all’intera vicenda, resta l’impressione che l’altra faccia del “sogno americano” sia un incubo da cui, diversamente che al cinema, può essere impossibile svegliarsi.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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