Cronache Imperiali. Bush è in crisi, ma l’America no.

di Maria Luisa Rossi Hawkins, da New York

L’attesa sembrava quella per una finale di calcio, la vigilia di un grande evento da consumare preferibilmente in compagnia, davanti al televisore. Ma non era la squadra del cuore che milioni di americani attendevano martedì sera in tv, ma il loro presidente, il responsabile di un paese che è il  motore della  mondo occidentale.
La  grande adunata  annuale di fine gennaio nel Capitol di Washington  che raccoglie  amici e nemici politici,  collaboratori e critici dell’amministrazione, insieme a speranzosi  candidati alla presidenza,  ha preso forma con l’ omaggio  ripetuto di Bush a Nancy Pelosi,  la prima donna a capo della Camera degli Stati Uniti.
Non solo un atto di rispetto dovuto alla terza carica dello Stato, ma un   messaggio di apertura e di collaborazione che Bush ha dovuto indirizzare al neo congresso democratico, quello che gli americani hanno scelto lo scorso novembre. Un messagio mirato a fare della politica internazionale un capitolo della agenda nazionale del presidente. E’ stato il Congresso democratico ad applaudire più volte Bush mentre proponeva un progetto per l’assicurazione medica e l’ energia alternativa, temi di cui i giornali erano saturi già da giorni.
Temi cari ai democratici discussi da un presidente repubblicano. E poi, l’Iraq. Non sembrava di vivere in un paese in guerra tornando a casa l’altroieri sera, i bambini che giocavano sfidando il gelo, i ristoranti ingolfati dalle ordinazioni del take-out; ma l’America da quattro anni è impegnata in uno sforzo  bellico che sta lacerando l’opinione pubblica, una guerra che gli americani sono convinti che non possono più vincere. Per questo Bush ha chiesto del tempo, più tempo, scegliendo di parlare della guerra come di un capitolo inconcluso che non solo la sua amministrazione ma tutti gli americani devono portare a termine.  E gli americani ascoltavano. Quello dell’altro ieri  è stato il discorso sullo Stato dell’Unione più seguito da anni e ha monopolizzato l’audience televisiva americana.
E’ proprio sull’invio delle truppe che Bush dovrà combattere con il Congresso democratico, anche se l’altra sera era manifesto che il compito più arduo per Bush sarà quello di non perdere il consenso dei suoi colleghi repubblicani in questo ultimo scorcio di legislatura. Una situazione politicamente difficile che ricorda quella di Clinton nel 95.
Proprio come il suo predecessore che affrontava un congresso repubblicano, non era Bush che parlava alla nazione ieri, ma era la nazione che voleva ascoltare lui, nel tentativo di capire quanto il presidente abbia recepito  della sconfitta politica dello scorso novembre.
Bush sa bene che non sposterà la percezione che l’opinione pubblica ha ormai di lui, ma sa altrettanto bene che  ha bisogno di risorse politiche che può trovare solo nel partito democratico, senza cui non può completare il suo programma.
Più che un discorso sullo stato dell’Unione quello di martedì era un punto della situazione, uno spaccato dell’atmosfera politica del momento e dello stato della democrazia american style. Che non sembra essere in crisi, tutt’altro. Quando l’attesa per un discorso lungo  50 minuti è pari a quella di una finale di calcio, quando la gente si affretta verso casa con una bottiglia in più sotto il braccio, quando termina bruscamente una conversazione per accendere il televisore e ascoltare un  presidente che magari non ha votato, lo stato dell’Unione  sembra essere ottimo.


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