Dopo il comitato

Di Virginia Fiume

Dal 19 al 21 gennaio 2007 si è tenuta la riunione del Comitato di Radicali Italiani. Un Comitato intenso, ricco di spunti, a partire dal tema principale: “I Radicali, o li scegli, o li sciogli”. Vi domanderete dov’è la notizia. Beh, la notizia c’è visto che sulle pagine sia del Corriere che della Repubblica non c’è stata traccia dei lavori del Comitato, fatta eccezione per un microscopico trafiletto riferito a una parte dell’intervento di Emma Bonino. Non una parola, per tre giorni, sulle proposte che hanno animato il dibattito. Silenzio totale sul peso di una frase che sembra uno slogan, ma non lo è affatto, vista la situazione quasi tragica delle casse del partito. “I radicali, sì, simpatici, bravi e coraggiosi. Ma non li voto, non mi iscrivo”. Perché? Questo era il tema del Comitato, si sono cercate le risposte a queste domande. E invece sui giornali non una parola. Non una parola sulle proposte per l’abbassamento dei costi della politica. Una proposta di legge a cura di Antonella Casu, Sergio D’Elia e Maurizio Turco. Forse perché nessuno ha voglia di raccontare che l’ammontare dei costi indiretti della politica può essere stimato in tre o quattro miliardi di euro, comprendenti gettoni, stipendi, emolumenti ad amministratori locali, spesso di dubbia utilità, manager pubblici e un esercito di consulenti. Anche questi di dubbia utilità e di certa appartenenza a reti partitocratriche. E perché solo l’idea di ridurre gli enti locali, o di rivedere la politica di rimborso delle spese per le consultazioni elettorali fa accapponare la pelle a molti. Se anche Corriere e Repubblica non fossero stati interessati all’argomento, avrebbero potuto scegliere uno qualunque dei circa quaranta interventi che si sono susseguiti quasi ininterrottamente per due giorni e mezzo in via di Torre Argentina, tra fumo di sigarette, caffè, pranzi saltati e panini volanti. Davvero solo l’imbarazzo della scelta. Tutto rigorosamente in onda su Radio Radicale ovviamente. Sempre meglio non informare l’Italia sulle idee radicali, sempre meglio lasciare che a destra e a sinistra viga un atteggiamento diffidente: “Per gli uni siamo dei fottuti anticlericali, per gli altri dei fascisti affamatori del popolo”. Così, con una frase sintetica ma efficace, Michele De Lucia ha ben dipinto il quadro di un’Italia, soprattutto politica, diffidente nei confronti di Radicali Italiani. E di sicuro si continuerà a pensarlo se l’articolo di sintesi che esce stamattina dalle pagine del Corriere dedica mezza pagina ai lavori del Comitato. E potrebbe essere una mezza pagina molto intensa. E invece no, perché dedicare attenzione al fatto che se non si totalizzano 5 mila iscritti al Partito Radicale Transnazionale entro fine febbraio si rischia davvero di chiudere baracca e burattini? Perché non dire che l’obiettivo di arrivare ai 200.000 iscritti non è un delirio di Pannella, ma una proposta per avere slancio per essere vera alternativa. “Devo convincere voi più che la gente”. Sì, i 200.000 sono uno stimolo ad avere il coraggio di osare, a tornare a casa dopo il comitato e riportare nelle proprie realtà quest’urgenza di uscire allo scoperto di fronte al mondo. Ma i giornali preferiscono tacere. Perché non una parola sui continui riferimenti alla lealtà, all’iniziativa, al desiderio di dimostrare credibilità al Governo e al Parlamento? Non una parola sulla campagna delle doppie tessere proposta dalla tesoriera Elisabetta Zamparutti, per convincere politici di altri schieramenti ad essere radicali per un anno. Non una parola sull’autocritica mossa da molti relativa all’evidente problema di comunicazione delle idee liberali, liberiste, libertarie che animano questo partito, idee che troppo spesso restano argomento esclusivo degli ascoltatori della Radio. No. I giornalisti hanno preferito prendere quella mezza pagina e dedicarla a “Pannella-Capezzone, nuova lite”. Come se i radicali passassero le loro giornate affaccendati in polemiche zitellesche, come se i diritti civili, la necessità sempre più impellente di riforme economiche fossero stati un argomento secondario per tre giorni. Come se la difficoltà di trovare gente che abbia voglia di mettersi in gioco, diventare militante, avere il coraggio di portare avanti idee e battaglie per cui prova sempre simpatia, fosse un gioco di ragazzini tutti impegnati a prendere le parti ora dell’uno ora dell’altro. Per carità, non si possono negare differenze di opinioni, anche forti, critiche. Ma ridurre tre giorni di dibattito a una lite tra leader non solo è offensivo per tutto un movimento che cerca di lottare per restare in piedi, ma anche nei confronti degli italiani. Ridotti a vivere una politica da Grande Fratello. E si sa, il Grande Fratello tutti lo guardano ma nessuno parteciperebbe mai.


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