L’antimafia come potere politico

Di Enrico Gagliardi

A distanza di venti anni Leonardo Sciascia torna ad essere oggetto di polemiche, anche molto accese, su un tema estremamente delicato come quello riguardante la lotta alla mafia. In un recente editoriale sul Corriere della Sera, Pierluigi Battista ha sottolineato come, oggi, sia giunto il momento di chiedere scusa allo scrittore di Racalmuto per le accuse alle quali fu sottoposto in occasione delle sue famosissime riflessioni sui “professionisti dell’antimafia”; in un mirabile articolo sul quotidiano di Via Solferino, Sciascia nel 1987 esprimeva i suoi timori circa la creazione, in assenza di regole e stato di diritto in senso sostanziale, di un vero e proprio potere incontrastato e straripante di certi personaggi (soprattutto politici) legati alla lotta a Cosa Nostra, potere dannoso per una corretta vita democratica delle istituzioni. Riflessioni totalmente condivisibili e di assoluto buon senso, che però provocarono le feroci reazioni di molti. L’autore siciliano dovette subire offese non solo ingiustificate ma totalmente prive di fondamento, offese che ancora oggi meriterebbero delle spiegazioni, ammesso che ne esistano, vista l’inconsistenza delle accuse nei confronti di Sciascia; in questi giorni abbiamo assistito alle stesse modalità di dialogo anche nei riguardi di Battista: in molti hanno risposto all’editorialista del Corriere in maniera piccata e tagliente dimostrando come l’argomento sia tutt’altro che esaurito. In venti anni dunque non è cambiato nulla: la discussione si muove sempre sul medesimo piano contenutistico e soprattutto suscita sempre le stesse reazioni avvelenate. Oggi come ieri non vi sono state sostanziali modifiche; le critiche ai danni di Leonardo Sciascia in un certo senso rappresentano un dato comune di molta politica italiana. In altri termini lo scrittore siciliano si scontrò contro un muro ideologico difficile, anzi impossibile, da superare: quello del “pensiero unico” che non tollera opinioni differenti, posizioni contrastanti. In quel periodo (ma in fondo anche oggi) vi era una sola concezione di lotta alla mafia, una sola definizione metodologica e tutti coloro i quali si allontanavano da quella strada erano immediatamente tacciati, ed in maniera nemmeno tanta velata, di contiguità e dunque complicità con il fenomeno mafioso. Il Maestro di Racalmuto invece, aveva compreso benissimo, anche e soprattutto sotto il profilo antropologico, la sostanza e le cause di Cosa Nostra ed optava per un sistema differente di “lotta”, ponendo dubbi legittimi circa lo strapotere di certa antimafia. Care gli costarono queste posizioni visto che immediatamente fu definito un “quaquaraquà”, il più spregevole insulto che si possa muovere ai danni di un siciliano. Anche la polemica pretestuosa contro Sciascia colpevole, secondo i suoi accusatori, di aver attaccato Paolo Borsellino, alla prova dei fatti dimostrò tutta la sua inconsistenza: lo scrittore criticava le modalità di elezione del magistrato di palermitano a procuratore della Repubblica di Marsala, non la figura umana di Borsellino che invece stimava e apprezzava profondamente. Ecco allora che la vicenda “sciasciana” diventa in Italia il termometro di una situazione più generale che tocca anche altri campi: durante il periodo di Mani Pulite, per esempio, chi criticava l’operato della magistratura, specie quella milanese, veniva etichettato come nemico dei giudici o come perturbatore del loro servizio (se non addirittura come complice dei corrotti e dei corruttori) proprio perché si discostava dalla vulgata di quel preciso momento che invece osannava il gruppo di Milano. Il concetto è sempre lo stesso: non è tollerabile, nella mentalità totalizzante di certi personaggi, che qualcuno esprima obiezioni, dia di certe situazioni interpretazioni alternative e magari molto più intelligenti. Esiste, da anni, nel nostro paese su certi temi, spesso molto delicati, una sorta di consorzialità ideologica, nemmeno tanto latente, che si arroga il diritto di fornire un’unica interpretazione di certi fatti non ammettendo nessun tipo di discussione. Un integralismo culturale che fa male al dibattito generale e che, di fatto, non ci fa muovere di un passo verso un clima di maggiore dialogo politico. Anche il caso di Giampaolo Pansa e della sua diversa interpretazione della resistenza e dell’antifascismo confermano questa situazione. Leonardo Sciascia purtroppo non riuscì a sottrarsi ad un clima del genere. E’ vero: qualcuno oggi dovrebbe chiedergli scusa.


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