Cronache Imperiali. Le due facce dell’opportunismo liberal.

di Maria Luisa Rossi Hawkins, da New York

E’ entrata nella hall della NBC come il vento polare che imperversa a New York in questi giorni, il senatore Clinton. E’ scivolata dalla porta principale verso gli studi dei talk show della mattina, con la sua espressione di sempre, gli occhi sgranati e le sopracciglia inarcate, salutando con le mani chi cercasse di incontrarne lo sguardo.
Si microfona da sola e sorride al tecnico, poi si destreggia con abilità fra le domande della stampa, forte delle mille apparizioni TV che, in 15 anni, l’hanno portata a conoscere bene la logica pigra che ne governa le regole. In tanti anni di attivismo mediatico Hillary è diventata una celebrità e poi si è trasformata in politico mediocre, potente e famoso. Contrita moglie di candidato visionario e intemperante, first lady impegnata e compagna tradita, senatrice per caso ed ora, finalmente candidata presidenziale lei stessa, in tutti questi anni Hillary Clinton ha giocato con maestria ogni mossa approfittatndo di ogni situazione, forte dell’apparato del partito democratico che da anni ormai lavora quasi esclusivamente per lei.
Chi la conosce bene e lavora con lei sa che la senatrice si muove sempre in anticipo e calcola tutto, sbaragliando ogni possibile competitore da subito, monopolizzando ogni possible risorsa economica del partito democratico e indirizzando attenzioni e fondi verso il suo progetto politico, che stenta sempre ad arrivare. Hillary è inutilmente spietata, e quando si è impegnata in un progetto, come la riforma sanitaria, non è riuscita neanche a farlo salpare.
Così, quando all’improvviso, all’inizio della settimana è arrivato, nella ricorrenza del compleanno di Marthin Luther King, l’annuncio della candidatura di Barak Obama, giovane afroamericano, Hillary è stato costretta a sfoderare finalmente un suo piano per l’Iraq. Così facendo ha mostrato tutte le lacune di una carriera segnata solo dall’ambizione personale e da nessun progetto per il suo paese.
La battaglia fra I due candidati alla nomination democratica nel corso di questa settimana si è rapidamente trasformata in una tristissima gara fra due politici immaturi ed inesperti, sorridenti e velleitari che hanno sprecato infinite occasioni di infiammare un’ opinione pubblica ansiosa di cambiamento. Hillary e Barak non hanno saputo fare di meglio se non sfoderare la carta del race and gender, del sesso e della razza, davanti ad un elettorato già stremato dai contenziosi personali dei possibili candidati alla presidenza degli Stati Uniti.
Così facendo Clinton e Obama, avversari agguerriti, sono diventati complici, entrambi colpevoli di aver permanente danneggiato il partito democratico, svuotandolo di prospettive nuove e di progetti dirompenti di cui il partito ha disperato bisogno per vincere le elezioni nel 2008. Compari a distanza che contemporaneamente hanno riportaro indietro l’orologio politico di questo paese di oltre quaranta anni. Il sogno di Martin Luther King, celebrato anche da Barak Obama in questi giorni, non poteva contemplare che il neo candidato imparasse velocemente a infilarsi nei panni del nero per opportunismo, cercando quindi di rendere il suo blando messaggio di fratellanza più appetibile ad una comunità che, non per colpa sua, non conosce e non ha mai frequentato. Da parte sua Hillary, liberal civil activist femminista di Yale, non si sarebbe mai sognata all’epoca della sua militanza universitaria di fargli lo sgambetto in tv, schiacciandone ogni velleità politica con una macchina efferata, pagata dalle grandi corporazioni, e per di più acquisita solo in virtù delle sue pazienti doti di spouse, cioè di moglie. Sono una coppia perfetta questi due antagonisti, Hillary e Obama, sono perfetti oggi e lo saranno presto, nel prossimo ticket presidenziale, lei candidato presidente, lui il suo vice, fianco a fianco a combattere per la Casa Bianca nel vicino 2008.


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