Crocifisso due volte

Di Nicolas Ballario

Scheda eutanasia

Modena – "Significa essere veramente liberi", questo mi ha risposto Daniele Scaglioni quando gli ho chiesto che cosa volesse dire chiedere di morire. Sarà perchè Daniele è uno di quegli italiani che sta provando sulla propria pelle il dramma di vivere in un paese che non gli permette di "addormentarsi dolcemente", come dice lui. Ho incontrato Daniele qualche giorno fa nella sua bella casa di Modena, sarà uno dei soggetti della mia campagna fotografica sui malati che chiedono di poter avere l’eutanasia, mi ha regalato il suo libro, oltre ad una copia per Marco Pannella e una per Oliviero Toscani, un’autobiografia che mi ha commosso, emozionato, fatto adirare….

Estratti da CROCIFISSO DUE VOLTE PREFAZIONE DI DARIO FO E FRANCA RAME "Guardatemi! Io mi descrivo senza falsi pudori, ma voi guardatemi senza ipocrita pietà . Guardatemi e incazzatevi con me e se vi sarete incazzati sul serio per le mie due crocifissioni, allora riuscirete a volermi bene." Questo sembra dirci Daniele Scaglioni, con le sue tele e con i suoi flash autobiografici che hanno anch’essi lo stile, i colori violenti o cupi, la forza descrittiva e il pathos di un dipinto. Lo ascolta con attenzione, perchè gli vuole un gran bene, Guido, l’amico che diventa lo strumento delle sue incisive pennellate verbali, essendo Daniele impossibilitato a scrivere a causa dell’handicap che porta. Guido, come per un gioco di parole, ci fa da ‘guida’ e collega, imbrigliando in una struttura narrativa, con interventi esplicativi più pacati ma non meno sofferti, gli impeti della furia desiderosa di attenzione di questo personaggio dirompente." MIA MADRE Mia madre è stata dura come un caporale ed io il più misero dei soldati. Arida come la terra secca dei calanchi di montagna, caparbia come un fico d’India. A livello inconscio non mi ha mai accettato. Ha accettato me e il mio corpo soltanto quando sono diventato finanziariamente indipendente, anche se non mi ha mai dato una lira. Credo che sia normale per una madre non volere un figlio handicappato nella pancia. Una madre odia quella scopata che lo ha fatto nascere a settant’anni si libertà del peso di vivere. Seguii il carro funebre fino al cimitero e aspettai con mente fredda che la chiudessero nel tombino. Quando l’ultimo colpo di cazzuola del becchino terminò di intonacare quelle quattro pietre di morte me ne andai in silenzio pensando intensamente che adesso stava bene. Fu una liberazione.

LA SCOPERTA DEL SESSO Un’amica di mia madre, che bazzicava casa nostra, mi ha sverginato. Io la benedico quando ci ripenso. Aveva una figlia giovane, una bella ragazza, e tutte e due facevano la vita. Un giorno capitai a casa di Maria e la giovane era a letto. La madre mi fa con un’occhiata intrigante: "Daniele vai ben di là a fare un po’ di compagnia alla Bruna". La ragazza era nuda sotto alle coperte. La stanza era calda e odorosa del suo fiato. Mi sono seduto sul bordo del letto, leggero e imbarazzato. Il cuore cominciò a battere come un tamburo. Dentro di me pensavo: "Dai Daniele, fatti coraggio, è una bella ragazza, dalle un bacino". Non ce ne fu bisogno. La prese lei l’iniziativa e mi baciò a bocca aperta con tutta la lingua in bocca. A diciott’anni avevo una voglia di scopare che morivo. Sempre duro, sempre pronto. Nei miei sogni c’era sesso e paura. Ma anche allora, piuttosto di stare con ragazze handicappate di mente, mi facevo una sega. Masturbarsi, anzi toccarsi, mi diceva il prete a voce bassa, è peccato mortale, non farlo. Quando ti masturbi stai meglio. La masturbazione è terapeutica. Certe volte pensando alle parole del prete e al suo giudizio, interrompevo la masturbazione a metà e mi sentivo i brividi scorrere sulla schiena e i testicoli duri come sassi. L’ossessione del peccato mi perseguitava.

L’AMORE Eravamo in montagna, a Moena. Ci fermiamo in una piccola chiesa fuori mano. "Anna" le dico a bassa voce "tu sai che non possiamo sposarci perchè perdiamo la pensione, ma io vorrei farlo". Un brivido nei suoi occhi. Ho visto l’emozione impadronirsi di tutto il suo corpo. Quelle parole sussurrate nell’oscurità della chiesa, per il rispetto del luogo, furono intense quanto un matrimonio davanti all’altare. I suoi occhi si fecero fontane colme d’acqua. Ho scolpito nel cuore quel momento. Il giorno prima avevo comperato due fedine d’oro e vi avevo fatto incidere i nostri nomi. Le chiusi nel palmo della mano e le immersi nella pila dell’acqua santa. Gliela infilai al dito ancora gocciolante. "Che cosa fai?" "Ci sposiamo". Uniti da un sottile cerchio d’oro. Per due persone innamorate non esiste vincolo più forte. Quanto pianse, poverina! Restammo insieme nove anni, fino alla sua morte.

DIPINGO CON LE DITA E CON IL CORPO Ogni volta che iniziavo un’opera, era un’avventura che mi calava nel misterioso mondo della fantasia. I colori mi affascinavano: la loro consistenza, la pienezza delle tinte si facevano carne e sangue…. Per uno spastico aprire un tubetto di colore è più difficile che per un chirurgo tagliare una pancia. Con i denti svitavo come potevo il tappino e mi concentravo per strizzare con le mani il tubetto di piombo. Le mie mani si muovono a scatti e senza controllo, e così capitava spesso che il colore uscisse con uno schizzo improvviso e ondulato come un pesce e si spargesse dappertutto tra le mie imprecazioni. Raccoglievo il colore che gocciolava sulla camicia o sulla tavolozza e lo gettavo con coraggio sulle tele con la spatola, con un pennello trattenuto tra i denti o semplicemente con le dita. . Al termine del lavoro io ero una tavolozza vivente: le labbra incrostate di colore, le mani arabescate e unte, il viso stravolto dalla fatica e dal sudore che mi bruciava gli occhi, la camicia e i pantaloni pieni di schizzi e sgocciolature. Su questo campo di battaglia devastato spuntavano luminosi i quadri terminati ed io ne ero fiero. Li amavo da subito. Si ama sempre ciò che ti fa soffrire.

LE CALUNNIE Mi hanno crocefisso due volte: quando sono nato e quando mi hanno ferito al petto con le calunnie. Con quale diritto poi ? Mi hanno buttato giù dal cavallo della mia giovinezza invece di insegnarmi a correre libero e selvaggio nei campi aperti. Datemi gambe buone e avrei fatto cose diverse, datemi mani buone e avrei fatto cose diverse, datemi un mitra in mano e avrei spaccato il mondo. Se avessi avuto soldi avrei potuto corrompere facilmente politici e galoppini ed ora non sarei qui a tormentarmi. Perseguitato e condannato senza colpa. HANDICAPPATI, DISABILI, DIVERSAMENTE ABILI Nel nostro ambiente ci si rompe la testa per capire se sia meglio dire che siamo handicappati o disabili o invalidi. Per me è un falso problema. Qualche genio, per superare residui di pregiudizi e ampliare il concetto, ha proposto di dire che noi siamo diversamente abili che sarebbe come dire due volte abili. Per fare che cosa? Grande scoperta che puzza di presa per il sedere. Siamo gente nella merda, questa è la definizione giusta. Mi sento sfigato dalla nascita, con le gambe e le braccia di merda. L’handicappato che dice di stare bene al mondo è bugiardo o rintronato.

LA SUORA DI COLORE Una volta all’anno, insieme ai miei amici sordomuti, vado a mangiare all’Istituto delle sordomute che è vicino a casa mia. Una giovanissima suora di colore della Nigeria che mi conosce da diversi mesi, mi guarda severa e mi fa: "Daniele sei un pagano. Tu bestemmi troppo. Se non vai a messa come gli altri e non fai la comunione, qui non mangi". Quelle parole mi sprofondano nel passato. Mi rivedo bambino mentre tento di coprirmi il viso dagli schiaffi delle suore che mi colpiscono con le loro mani dure come il legno perché sono colpevole di non pregare bene e mi mettono in castigo con la faccia al muro. Adesso ho cinquant’anni e posso permettermi di odiarla e di sbeffeggiarla. "Ma certo sorella. Nella tua bontà cristiana non ti hanno insegnato che anche i pagani devono mangiare ? Ti prometto che per tutto il pranzo non bestemmierà. La comunione? Ne ho fatte tanteche cosa c’è di buono oggi da mangiare?". Da bambino il cuore si faceva piccolo e s’induriva.

GUTTUSO Per sei mesi ho fatto "la posta" a Guttuso per conoscerlo. Volevo farlo perchè era il pittore italiano più grande ed era il suo momento magico. Mi trovavo a Roma per una mostra. Cominciai a frequentare la trattoria dove di solito andava a pranzo con la speranza di incontrarlo. Mi vede il padrone della trattoria e si accorge che mangio un panino tutto solo ad un tavolo vuoto. Non avevo più una lira in tasca, ero avvilito e deluso. "Cosa ti succede? Chi cerchi?" mi domanda. "Sono un pittore e vengo qui per incontrare il maestro Guttuso, ma ormai ho perso la speranza e ho finito i soldi". "Tutto qui?" si meravigliò il buon uomo "Vieni con me" disse e si rivolse con tono confidenziale a Guttuso che stava pranzando ad un tavolo distante: "Ehi, Renato c’è questo giovane che vuole conoscerti". Ci presentammo. Guttuso disse: "Vieni a casa mia, vieni a vedere la mia bottega".

IL MIO SOGNO Appena raggiunto un certo benessere finanziario pensai: "Adesso voglio andare a colpo sicuro e costruire una casa-albergo per handicappati. Basta chiacchiere. Fatti. Quindici anni fa comperai 10 mila metri di terra a Riva Ligure, un terreno al sole con 100 metri di spiaggia di fronte al mare. Un paradiso terrestre lambito dalle onde trasparenti del mare Ligure. Mi sono svenato. Ero convinto di ottenere nel giro di due o tre anni le licenze necessarie per costruire l’albergo. Non chiedevo soldi a nessuna istituzione pubblica, sia chiaro. Sono passati quasi 15 anni. Niente di fatto. Il Piano Regolatore della città va avanti e indietro come un elastico. Un po’ qui e un po’ lì . L’unico posto dove non si ferma è sul mio terreno e il mio progetto sta morendo. Insieme a lui, il mio sogno.

CHI NON VUOLE L’ALBERGO PER GLI HANDICAPPATI ? Mi sono illuso inutilmente? .Oggi il mio terreno vale quanto un campo di carciofi. Mi fanno morire di crepacuore. Chi non vuole che io faccia l’albergo? Se avessi chiesto di costruire un residence di lusso per milionari americani panciuti e abbronzati ci sarebbero state le stesse difficoltà? Per gli handicappati di Scaglioni! non insistiamo! che spettacolo sarebbe! tanti storpi a passeggio in carrozzella per Riva Ligure con le loro deformità esposte al sole e poi le urla, fermi davanti ai negozi, intralciano, pensiamo al decoro, all’immaginesiamoragionevoli! DI NOTTE Da quando è morta la mia compagna mi addormento con la televisione accesa per sentire una voce qualsiasi nella stanza vuota. Nella mia casa ci sono soltanto fantasmi che mi bussano alla schiena. Spengo l’apparecchio al mattino dopo aver ascoltato le quattro cazzate quotidiane. E’ POSSIBILE ACQUISTARE IL LIBRO ON-LINE SUL SITO WWW.DANIELESCAGLIONI. IT

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